lunedì 21 maggio 2018

La morale nella politica. Considerazioni intorno al pensiero pratico di Giacomo Matteotti


Ricordando l'iniziativa "L'antibellicismo nel pensiero di Giacomo Matteotti", del giorno 30 maggio 2018 alle ore 11:00 nella Sala Affreschi del Collegio Borromeo, in collaborazione tra ANPI Provinciale e Almo Collegio Borromeo, pubblichiamo il contributo di Jaka Makuc alla riflessione sul pensiero di Giacomo Matteotti.


Giacomo Matteotti non fu mai un teorico della politica; non lo fu, e fu sempre orgoglioso di non esserlo mai stato. Nel ritratto che ne tracciò, Piero Gobetti seppe cogliere in profondità questo aspetto della cultura politica del deputato socialista:
Non ostentava presunzioni teoriche: dichiarava candidamente di non aver tempo per risolvere i problemi filosofici perché doveva studiare bilanci e rivedere i conti degli amministratori socialisti. E così si risparmiava ogni sfoggio di cultura. Ma il suo marxismo non era ignaro di Hegel, né aveva trascurato Sorel e il bergsonismo[1]. 
Questa osservazione di Gobetti è importante: essa ci rammenta, infatti, che l’agire politico di Matteotti, benché improntato a un praticismo d’efficienza, a una infaticabile ─ a tratti ossessiva ─ analisi del dato giuridico ed economico, presupponeva una formazione teorica rigorosa, alla cui robustezza e ricchezza Matteotti tenne sempre moltissimo.
Matteotti (1885-1924) si considerava un «turatiano, riformista e gradualista»[2]: dopo la formazione socialista avvenuta sotto l’influenza di Badaloni nelle campagne del Polesine, si avvicinò al riformismo di Turati, con cui si legò in una profonda amicizia che travalicava il sodalizio politico. Il suo socialismo fu tuttavia diverso da quello del maestro: «un riformismo anomalo anche rispetto a quello di Filippo Turati, più pedagogico che politico […]»[3]. Durante la sua attività amministrativa prima e parlamentare poi, Matteotti seppe distinguersi per l’eccezionale capacità organizzativa e l’impegno costante nella lotta politica:
Dunque non uomo di corrente o di fazione, ma portavoce di volontà e di energie esperimentate nella diuturna opera organizzativa e nei luoghi di lavoro, e mai come in quel momento pronte e disponibili per azioni di massa. Egli non sottovalutava l’importanza delle questioni dottrinarie, ma le vedeva indirizzate a un fine concreto, limitato nel tempo e il più possibile di pratica attuazione. La dottrina per la dottrina non lo interessava […][4].

Costituzione 70

“La Costituzione come risorsa viva” è il titolo di un ciclo di incontri sui settant’anni della Costituzione.
E’ un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”, realizzato insieme a Radio Popolare, e con la collaborazione dell’Anpi provinciale di Milano.
Sei lezioni per esaminare in modo approfondito i principi della Carta, alla luce dell’attuazione e valorizzazione della Costituzione come risorsa viva.
Gli incontri si sono tenuti alla Casa della Memoria, in via Confalonieri 14 a Milano, nel periodo dal 6 aprile al 18 maggio 2018.Ciascuna lezione è stata trasmessa in sintesi all’interno di Memos, il lunedì successivo all’incontro alla Casa della Memoria.
Per coloro che non avessero seguito gli incontri, suggeriamo le lezioni, sia le sintesi che le versioni integrali, ora disponibili su questa pagina e in podcast.


lunedì 14 maggio 2018

Il fascismo culturale nei partiti

Pubblichiamo un articolo apparso sul settimanale Left. L'autore, Charlie Barnao, palermitano, è docente di Sociologia presso l'Università Magna Grecia di Catanzaro. Attualmente sta conducendo ricerche sui fascismi nel mondo presso l'università del Nevada, Las Vegas. Da sempre collabora alle attività della sezione Anpi di Catanzaro.

Il fascismo esiste ancora? Oppure è un fenomeno da ascrivere solo a un ben determinato periodo storico, che è ormai morto e sepolto? Anche se in Italia il dibattito si accende solo in periodo elettorale, le scienze sociali, soprattutto all'estero, ha sviluppato da diversi anni un'accesa discussione sul tema.
Diciamo subito che gli studi sul fascismo, oltre ad essere difficili da realizzare, a causa della rilevanza del tema e selle sue numerose ripercussioni dal punto di vista politico e sociale, sono impegnativi anche per alcune ragioni che potremmo dire “metodologiche”, in quanto legate alla definizione stessa del fenomeno.
Fino a quando infatti non si definisce un fenomeno, non si può individuarlo, analizzarlo, né – ovviamente – si può dire se esiste o meno. I problemi legati alla definizione di fascismo sono principalmente due: il primo è che non esiste una teoria del fascismo (come invece accade per altre dottrine politiche), il secondo è che il fascismo ha una sua caratteristica intrinseca, il sincretismo: mescola insieme culture tra di loro molto diverse, spesso in apparente contraddizione reciproca. Ad esempio, nazionalismo e socialismo, populismo ed elitismo, anti-capitalismo e anti-socialismo: sono tutti oggetti culturali molto diversi tra loro che, però, nel totalitarismo tedesco e in quello italiano trovano originali forme di sintesi. Il sincretismo rende il fascismo difficilmente decifrabile in modo preciso e univoco attraverso l'osservazione empirica. Ad ogni modo, in termini molto generali, possiamo distinguere oggi almeno due tipi di fascismo: uno storico, esplicito, spesso “orgoglioso” e (almeno per la legge formale italiana) criminale e un altro fascismo che potremmo definire quasi “antropologico/psicologico” legato ad un modo di pensare e vedere il mondo.
Il primo viene studiato considerandolo un fenomeno legato principalmente o esclusivamente ad un ben determinato periodo storico (il Ventennio, parlando dell'Italia). E, con riferimento ai giorni nostri, riguarda solo – o principalmente – le componenti politiche, culturali, economiche (per molti versi irripetibili) di quella società passata alle quali, in modo esplicito e diretto, alcuni gruppi e movimenti si ispirano. Parliamo, quindi, del fascismo di chi «inneggia ai tempi che furono», richiamando gesti, simboli, ecc. del passato.

venerdì 11 maggio 2018

L'antifascismo non finisce mai


Proponiamo le parole pronunciate durante la festa della Liberazione, il 25 aprile a Dorno, dal nostro presidente, Santino Marchiselli.

Buongiorno, saluto i Sigg. Sindaci: Chiesa Maria Rosa di Dorno, Bonandin Umberto di Scaldasole, Sacchi Enrico di Zerbolò, le autorità civili, militari e religiose, i rappresentanti delle Associazioni, le cittadine e i cittadini qui intervenuti. Sono onorato di intervenire in occasione del 73° Anniversario della Liberazione in nome dell’ANPI Provinciale di Pavia.
Il 25 aprile è ricordo, è memoria, ma è anche festa.
Il Presidente Emerito dell’ANPI nazionale, il partigiano Carlo Smuraglia, scrive: “Non dobbiamo perdere mai il concetto di festa, perché la Liberazione fu un grande giorno di gioia per esserci liberati dai tedeschi e dalla dittatura fascista e perché si trattava di cominciare una nuova vita, sotto il profilo sociale, politico, economico, etico. La felicità e la gioia sono sentimenti che non contrastano con i ricordi anche i più dolorosi, perché dobbiamo saper vivere nel presente con la consapevolezza di sempre, ma anche con quella capacità di sorriderci e abbracciarci che è il simbolo della fratellanza, della solidarietà, dell’eguaglianza nella libertà”.

Il 25 aprile 1945 simboleggia il successo della Resistenza nella lotta contro il nazifascismo e l’inizio del cammino della nuova Italia democratica, e noi siamo qui per rendere omaggio e ricordare tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno partecipato alla lotta di Liberazione, hanno lottato per gli ideali di libertà e giustizia sociale, che sono un binomio inscindibile. Tutti quelli che sono caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile e assoluto disinteresse.
Siamo qui anche per fare memoria, per ricordare che settantatré anni fa finiva per gli italiani una sanguinosa guerra civile, che aveva provocato dolore, miseria e morte. La fine della Seconda guerra mondiale significò la sconfitta di un perverso progetto di dominazione mondiale, coltivato da Hitler e di cui il fascismo di Mussolini era stato partecipe e complice.

martedì 8 maggio 2018

Una domanda alla sinistra


Pubblichiamo l'articolo di Guido Crainz apparso su la Repubblica del 23 aprile 2018.


Da sempre il 25 aprile è il segnale di un clima: “racconta” il modificarsi di un Paese, il suo vivere il proprio passato e il suo immaginare il futuro. Ed è uno sfregio il primo segnale venuto quest’anno, il rifiuto della giunta di centrodestra di Todi di dare il proprio patrocinio alle celebrazioni dell’Anpi: l’antifascismo sarebbe “di parte”, per una giunta che ha il sostegno di CasaPound. Non è affatto un segnale minore, mentre sul proscenio si susseguono incauti osanna alla “Terza Repubblica”.
E ancora una volta il 25 aprile chiama in causa tutte le parti in campo: “rivela” la cultura – o l’incultura – dei vincitori, ma anche la capacità di risposta – e la cultura – di chi non si rassegna, di chi non è disposto a cedere il campo quando sono in discussione i valori fondativi della comunità nazionale. Interroga dunque i nuovi “vincitori”, il 25 aprile di quest’anno, e da essi esige risposte: anche da chi le ha sempre eluse. E interroga al tempo stesso la sinistra, la costrinse a riflettere su se stessa. O meglio: su quella “dissipazione di sé” che sembra prevalere. E l’urgenza di una riflessione non episodica è rafforzata e accentuata da molti altri, allarmanti segnali venuti nei mesi scorsi. Una riflessione che coinvolga l’educazione quotidiana alla democrazia (la quotidiana “pedagogia della Costituzione”) e la mobilitazione politica e civile: così come è sempre stato nella nostra storia, lontana o recente.
Può essere utile ricordare il clima di vent’anni fa o poco più, quando venne proclamato l’avvento di una seducente “Seconda Repubblica”. In quel 1994 andava al governo, sotto il segno di Berlusconi, una coalizione che comprendeva per la prima volta anche il Movimento sociale di Gianfranco Fini (un Movimento non ancora depurato a Fiuggi dalle sue radici neofasciste), assieme a una Lega che alimentava umori secessionisti. E se Fini proclamava allora Mussolini «il più grande statista del secolo», trovando la “comprensione” di Berlusconi, gli faceva eco la allora presidente della Camera, Irene Pivetti: «Le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini», disse (era leghista, Pivetti, ma non disse cose molto diverse cinque anni fa la capogruppo grillina a Montecitorio, Roberta Lombardi).

Da sudditi a cittadini: il fascismo è un crimine


Proponiamo il testo dell'orazione tenuta da Teresa Berzoni a Vigevano. 

Rivolgo a tutti presenti un saluto e un ringraziamento per essere qui con noi a celebrare la festa della Liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Quel giorno Sandro Pertini annunciò, da Radio Milano Libera, la fine della guerra, il recupero dell'unità nazionale e della indipendenza ritrovata, l'avvio di un nuovo cammino democratico. C'è un filo rosso che segna il legame tra la Resistenza, il nuovo carattere dell'Italia democratica e l'ordinamento repubblicano. È il 25 aprile, che si fonda innanzitutto, la nostra Repubblica. A questo proposito vorrei ricordare la nostra compagna Noemi Tognaga, simbolo dell’antifascismo vigevanese, maestra e partigiana, collaboratrice con il Comitato di Liberazione Nazionale.

Un impegno continuato sui banchi del consiglio comunale e, per più di trent’anni, alla guida dellAssociazione nazionale partigiani.



LA GUERRA
In una Italia devastata dalla guerra, nelle sue macerie materiali, e sfregiata da vent'anni di dittatura fascista, nelle sue macerie morali, si levarono le coscienze limpide dei nostri patrioti antifascisti che non avevano mai smesso di credere in un futuro migliore, si levarono le coscienze di quei militari abbandonati a se stessi dopo l'armistizio, che onorarono la patria con sacrificio ed eroismo, donne e uomini, nelle città e nelle campagne, che non avevano mai smesso di credere che ogni persona va rispettata e che la sua dignità non può mai essere violata né per ragioni di razza, in quanto le razze non esistono, né per ragioni di religione, né per ragioni di pensiero, né per ragioni di genere, maschile o femminile, né per ragioni di condizione sociale.
Scriveva Piero Calamandrei: se volete andare nei luoghi dove è nata la nostra Repubblica, venite dove caddero i nostri giovani. Ovunque è morto un italiano per riscattare dignità e libertà, andate lì perché lì è nata la nostra Repubblica.
E’ per questo che siamo qui oggi, ancora una volta, a ricordare la Liberazione, soprattutto nel suo più profondo significato politico, quello di aprire la strada ad un futuro di democrazia, in cui libertà ed eguaglianza marciassero di pari passo, in cui i diritti della persona fossero considerati alla stregua di beni intangibili ed inalienabili, il lavoro fosse il fondamento non solo economico, ma sociale e morale della Repubblica, la pace come il bene sommo da tutelare ad ogni costo.

mercoledì 2 maggio 2018

Giovani e Resistenza nell'Oltrepò partigiano



Le riflessioni di Camillo Moroni, nell'orazione del 25 Aprile a Varzi.


Buongiorno a tutti,
è per me davvero un onore intervenire oggi a Varzi, e lo confesso sono anche un po’ emozionato perché è il paese di mia mamma, perché ho vissuto una grande storia d’amore con l’As calcio Varzi durata 12 anni e perché ho questo borgo, queste colline, questa terra nel cuore.
Siamo qui oggi per celebrare il 25 Aprile, la festa di Liberazione dal Nazifascismo e per raccontare una grande storia, la storia di un popolo, quello italiano, che dopo l’8 di settembre dovette fare una scelta, ovvero: “da che parte stare”.
Il re e Badoglio firmarono l’armistizio con gli anglo-americani, fuggirono a Brindisi e noi italiani passammo da un giorno con un altro ad essere alleati prima dei tedeschi e poi appunto con inglesi e americani. Nelle caserme scoppiò il caos, il famoso “tutti a casa” da cui il film di Luigi Comencini. I nostri ragazzi fecero quindi ritorno a casa, i più fortunati, alcuni furono subito catturati e deportati in Germania, e poi come dicevo prima si dovette compiere la famosa scelta anche in risposta del Bando Graziani.
E così abbiamo il biennio 43-45, in cui combattemmo la Guerra di Liberazione e fu una stagione sulla quale, ancora oggi, è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto.
Ma il rischio quale è? La mancanza di chiarezza, che ci costringe ancora a fare i conti con le etichette come quella che i “partigiani erano tutti comunisti” o che durante il fascismo “si dormiva con la porta aperta e i treni erano sempre in orario”, e così si perdono le storie autentiche.
Le etichette fin da piccolo non mi sono mai piaciute perché trovo che sia un modo sempliciotto di archiviare una questione o di definire una persona senza sforzarsi di approfondire. La realtà è molto più complessa. La lapide che avete di fronte è la prova: ecco questa è la realtà molto più complessa.