mercoledì 26 luglio 2017

Per i morti di Reggio Emilia

Il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, le forze dell'ordine uccidono cinque operai antifascisti durante una protesta contro il governo Tambroni. Per ricordare il sacrificio dei "morti di Reggio Emilia", invitiamo alla lettura dell'intervista che Silvano, fratello di Ovidio Franchi, ha rilasciato a Natalia Marino per Patria Indipendente. 


Il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione contro il governo Tambroni a Reggio Emilia cinque reggiani – Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli – furono uccisi dalle forze dell’ordine. Il sacrificio dei “morti di Reggio Emilia” diventa un simbolo della lotta per la democrazia e la loro memoria rimane impressa nelle generazioni successive. Abbiamo ripercorso i fatti di quella tragica giornata con Silvano Franchi, fratello di Ovidio.

Da 57 anni Reggio Emilia, con l’Anpi, la Cgil e i familiari dei Caduti chiede giustizia. Continuerete a farlo?
Certamente, la città intera e le famiglie ne furono completamente sconvolte. Dopo la morte di Ovidio, anche mio padre scelse di non vivere più, provato dall’ingiustizia subita. Avevamo tanti progetti e sogni, tutto cancellato, annientato.
Ovidio Franchi
Con Ovidio eravate in piazza il 7 luglio, lui era il primogenito…
Aveva 19 anni, quattordici mesi più di me, era operaio come nostro padre, studiava da disegnatore meccanico e andava molto bene a scuola. Coltivava tanti interessi ed era anche molto impegnato nella politica. Una tradizione di famiglia. Era segretario del circolo Cirenaica della Fgci, a Campo Volo, un quartiere di operai. Pensavamo bisognasse opporsi al governo Tambroni con gli strumenti della democrazia, scendendo in piazza. Così è stato, pur con la scia di morti e feriti. Da parte dei giovani fu una modalità di partecipazione forte e spontanea. Molti dei loro genitori dovevano raggiungerli alla manifestazione. Nostro padre però vi arrivò quando Ovidio era già morto.
La mobilitazione era stata corale e popolare…
Reggio Emilia conta 650 Caduti per lotta di Liberazione. Nel 1960, a soli 15 anni dalla fine della guerra, il governo del democristiano Fernando Tambroni, sostenuto dal determinante appoggio di tre deputati del Msi, rappresentava un’offesa alla Resistenza. Tant’è che immediatamente tre ministri Dc si dimisero: uno di loro, Giorgio Bo, era stato partigiano. Era intollerabile il ritorno al potere di una forza politica chiaramente fascista. A Genova la mobilitazione antifascista, popolare, aveva vinto nel rifiutare il congresso missino, ma che ci fosse una svolta autoritaria era evidente: il giorno prima, a Roma, la polizia a cavallo aveva caricato i manifestanti, parlamentari e partigiani compresi. Quel governo è stato il primo grande errore storico della Repubblica. La Cgil aveva indetto uno sciopero generale di 12 ore e una manifestazione. I giovani vi parteciparono portando le magliette a strisce, che allora andavano di moda e costavano poco, le vendevano gli ambulanti. Anche Ovidio ne indossava una.
Quale fu la dinamica dei fatti?
Alle 16,20 eravamo in attesa di entrare alla Sala Verdi, dove si sarebbe tenuta l’unica iniziativa autorizzata. 600 posti appena. Ci trovavamo a 300 metri quando un’auto del sindacato con l’altoparlante ci avvisò dell’altissima adesione allo sciopero e delle migliaia di manifestanti che stavano scendendo in piazza. Molti operai portavano fiori ai monumenti ai Caduti partigiani. Noi seguimmo la vettura della Camera del lavoro, promuovendo di fatto un breve corteo. È scoppiato il finimondo: polizia e carabinieri ci hanno caricato con idranti, lacrimogeni e sfollagente, i caroselli delle camionette di polizia e carabinieri tentavano di investirci. Per ripararci, ci siamo diretti con altre centinaia di compagni verso la chiesa di San Francesco, che frequentavo perché vi giocavo a calcio e sapevo aperta sempre fino a tarda sera. A casa Franchi eravamo comunisti, ma tutti molto religiosi. Invece, con grandissima incredulità trovammo il portone sbarrato. Lauro Farioli, operaio di 22 anni, e il partigiano Mario Serri morirono proprio sui gradini del sagrato. Le pietre d’inciampo poste in memoria dei Caduti del 7 luglio sono un atto d’accusa. Non sappiamo se ci fu un direttiva precisa nel chiudere l’accesso, di certo fu un comportamento poco cristiano. Il Vescovato non l’ha mai ammesso, né tantomeno ha mai chiesto scusa. Neppure in quest’ultima ricorrenza.
Quando fu colpito Ovidio?
Provammo a cercare rifugio verso l’Isolato di San Rocco. Nella confusione persi di vista mio fratello. Poi il ferimento a morte. Perse la vita anche il partigiano Emilio Reverberi. Un altro partigiano, Afro Tondelli, cadde ai giardini pubblici vicino al Teatro municipale. Fu una strage di Stato.
Si aprì un’inchiesta e poi un processo sulle responsabilità di quei morti?
È la domanda che mi rivolgono sempre gli studenti, anche stranieri. L’Istituto storico della Resistenza di Reggio Emilia, l’Istoreco, promuove ogni due mesi degli incontri. Dall’Università di Berlino vi partecipano numerosissimi, mostro loro i luoghi dell’eccidio. Un processo si tenne, spostato a Milano per legittima suspicione. Per sette mesi i familiari fecero i pendolari per presiedere alle udienze; dal dicembre 1963 al 4 luglio ‘64 partivamo ogni mattina alle 5 e arrivavamo in tribunale alle 9; il Consiglio federativo della Resistenza e la Cgil con la solidarietà economica dei lavoratori avevano affittato un pullman dell’azienda trasporti cittadina. I due unici imputati vennero assolti: il vice questore, Giulio Cafari Panico, per “non aver commesso il fatto”, e l’agente di polizia Orlando Celani per “insufficienza di prove”. Eppure c’è una fotografia che lo ritrae in ginocchio mentre spara a Tondelli. Lo scatto non è nitido, allora forse non c’erano i mezzi tecnici di oggi. Ma di recente, per ben due volte, le richieste dell’Anpi con l’avvocato Ernesto D’Andrea, di riaprire il processo e ottenerne la revisione sono state archiviate dalla magistratura di Brescia.
Andrete avanti però…
Si sparò ad altezza d’uomo, in totale 500 colpi, è il numero accertato. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di quanto accadde. I nostri genitori e il mondo democratico di allora pensavano semplicemente di avere almeno un diritto sancito dalla Costituzione: manifestare in piazza democraticamente, scioperare e dimostrare pacificamente. Invece venne punita la città di Reggio Emilia, per la sua storia antifascista, i fratelli Cervi, la Resistenza. Purtroppo manca ancora la volontà politica in Italia di stabilire una verità giudiziaria. Per quest’ultimo anniversario, l’Anpi e la Camera del lavoro di Reggio Emilia, insieme al Comitato delle celebrazioni del 7 luglio, di cui fanno parte anche i familiari delle vittime, volevano incaricare di una nuova richiesta di revisione Giuliano Pisapia, che è avvocato del foro di Milano. Non si è riusciti, purtroppo.
Quindi ritenete ci siano elementi per nuovi procedimenti penali?
Noi continuiamo a raccogliere prove e testimonianze, non ci arrendiamo. È una ferita aperta. Negli archivi del ministero dell’Interno, desecretati, ci sono solo documenti su aspetti penalmente non perseguibili, gli altri sono spariti. All’epoca, alcuni agenti di polizia testimoniarono della paura di molti loro colleghi e affermarono pubblicamente e spontaneamente di aver rifiutato di eseguire gli ordini dei comandi. Erano universitari arruolatisi per pagarsi gli studi. In aula, vennero zittiti. Il film “Il sole contro” del regista Giuliano Bugani ha raccolto elementi inediti e importanti. Faccio parte dell’Anpi di Reggio Emilia, che col suo Presidente, Ermete Fiaccadori, sta proseguendo a cercare e mettere insieme nuovi materiali. La circolare con l’ordine di colpire i manifestanti deve saltar fuori.

Fonte: http://www.patriaindipendente.it



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