giovedì 27 aprile 2017

La memoria consegnata 2

Proseguiamo la pubblicazione degli interventi tenuti dagli oratori ANPI in occasione della Festa della Liberazione.

Garlasco - Santino Marchiselli


Signor Sindaco della Città di Garlasco, autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle Associazioni, studenti e insegnanti, cittadine e cittadini, sono onorato di tenere l’Orazione ufficiale in occasione del 72° Anniversario della Festa di Liberazione, in nome dell’ANPI Provinciale di Pavia.
Il 25 aprile è ricordo, è memoria, ma è anche festa. E’ sempre bello ritrovarsi tra noi, cittadine e cittadini, con la gioia e il piacere dell’incontro e di un rinnovato impegno antifascista.
Come sostiene il nostro Presidente dell’ANPI nazionale, il Partigiano Carlo Smuraglia: “Non dobbiamo perdere mai il concetto di festa, perché la Liberazione fu un grande giorno di gioia per esserci liberati dai tedeschi e dalla dittatura fascista e perché si trattava di cominciare una nuova vita, sotto il profilo sociale, politico, economico, etico. La felicità e la gioia sono sentimenti che non contrastano con i ricordi anche i più dolorosi, perché dobbiamo saper vivere nel presente con la consapevolezza di sempre, ma anche con quella capacità di sorriderci e abbracciarci che è il simbolo della fratellanza, della solidarietà, dell’eguaglianza nella libertà”.

mercoledì 26 aprile 2017

La memoria consegnata

Pubblichiamo il testo degli interventi dei nostri oratori in occasione del 25 aprile nelle piazze della provincia.

Casteggio - Annalisa Alessio

Grazie al Sindaco. Grazie ad Anpi Casteggio. Vi porto il saluto e l’abbraccio di Anpi Provinciale.
Le poche parole davvero degne, all’altezza del giorno della Liberazione, non possono che essere le parole di chi, nella lotta partigiana, c’è morto.
Sono parole consegnate al nostro tempo sbandato come un mandato non assolto e un messaggio ancora non pacificato.
Le tengo nel cuore, quelle che più ho amato, anche se ho posato gli occhi su di esse molti anni fa. Inverno 1969. Anno della strage fascista di piazza Fontana. La mia generazione usciva dalla infanzia e scopriva che il fascismo non era finito, che ancora uccideva e che da vicino minacciava la democrazia, con la copertura di interi pezzi deviati annidiati nello “stato profondo”.

sabato 22 aprile 2017

La destra nera stringe l’Europa, in Italia c’è un rischio autoritario

Pubblichiamo l'intervista di Andrea Fabozzi al nostro presidente nazionale Carlo Smuraglia, pubblicata da "il manifesto" il 6 aprile scorso.



Tra le ragioni per le quali l’Associazione nazionale partigiani ha organizzato un incontro pubblico oggi a Roma (in Campidoglio, dalle 15) c’è quella di «farci conoscere meglio». Il che per un’associazione che da oltre settant’anni «incarna la storia e la tradizione dei gruppi partigiani» (citiamo una sentenza della Cassazione) può apparire superfluo. E invece, spiega il presidente Carlo Smuraglia, «sentiamo di frequente dire che l’Anpi, adesso che stanno venendo meno i partigiani, ha esaurito la sua funzione».
Lo ha detto di recente anche un sindaco del Pd, sindaco non di un comune qualsiasi: Predappio.
Polemizzava con me perché mi ero espresso contro il progetto di riaccendere quel faro che, negli anni del fascismo, segnalava la presenza di Mussolini in Romagna. Ma, diavolo, pensano che sia questo il modo di attirare i turisti? Non dovrebbero aspirare a processioni di nostalgici, pensino invece a valorizzare le bellezze del posto.

domenica 16 aprile 2017

"Basta con questo gioco alla guerra"

Appello congiunto ANPI, ARCI, CGIL, CISL, UIL, ACLI nazionali. Aderisce Don Luigi Ciotti.

Il testo dell'appello firmato da Smuraglia, Chiavacci, Camusso, Furlan, Barbagallo, Rossini

Questo è un appello urgente per la pace. Un appello alla civiltà suprema del dialogo, della sua umanità, della sua intelligenza. Leggiamo e apprendiamo di bombe, di grandi eventi nucleari, di raid preventivi. Un irresponsabile e impressionante gioco alla guerra che deve essere subito fermato. Chiediamo con forza alle Istituzioni internazionali, ai Governi del mondo che si metta a tacere l'assurdo di queste intenzioni che porterebbero a effetti disastrosi e di morte già tragicamente vissuti. Facciamo appello alle cittadine e ai cittadini affinché si mobilitino per diffondere il piu' possibile voci e iniziative di pace, anche in nome della nostra Costituzione che sempre ci ricorda che "l'Italia ripudia la guerra".

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

Francesca Chiavacci – Presidente Nazionale ARCI

Susanna Camusso – Segretario generale CGIL

Annamaria Furlan – Segretario generale CISL

Carmelo Barbagallo – Segretario generale UIL

Roberto Rossini – Presidente Nazionale ACLI

Roma, 15 aprile 2017


domenica 9 aprile 2017

Anarchia e Resistenza: le brigate Bruzzi - Malatesta

Eugenio Leucci, ricercatore e scrittore, ha svolto un interessante lavoro di ricerca sull'attività delle brigate libertarie Bruzzi - Malatesta nella Resistenza, operanti nella zona del pavese, e nelle quali fu attivo un giovane Giuseppe Pinelli. Pubblichiamo qui il recente studio di Leucci e vi invitiamo alla lettura.

La vicenda delle Brigate Malatesta-Bruzzi costituisce un caso esemplare nella storia del movimento anarchico italiano e del contributo apportato dai libertari alla lotta partigiana. La presenza degli anarchici all'interno della Resistenza è stata quanto mai rilevante, benché soltanto in pochi casi abbia assunto la forma di un'organizzazione autonoma dai partiti. Se si eccettuano i casi di Carrara, Genova, Pistoia e Milano, gli anarchici raramente costituirono delle brigate dichiaratamente libertarie, inserendosi invece in formazioni di diverso colore politico, soprattutto socialiste (Brigate Matteotti), azioniste (Giustizia e Libertà) e comuniste (Brigate Garibaldi), talvolta ricoprendo anche incarichi di grande rilievo, come ci ricorda il caso di Emilio Canzi, comandante delle brigate Garibaldi nella zona di Piacenza. Questa scelta era dovuta a vari fattori: innanzitutto, alla carenza di mezzi e risorse: non bisogna infatti dimenticare che, a differenza dei partigiani inquadrati nelle formazioni partitiche o delle brigate autonome di stampo monarchico, quelle anarchiche non ricevevano rifornimenti militari da parte degli Alleati, ma dovevano contare soltanto sulle armi e i mezzi sottratti al nemico con rischiosissime operazioni militari e gappiste. Inoltre, la repressione fascista del dissenso aveva disintegrato il pur numeroso fronte anarchico, cosicché molti dei suoi esponenti erano stati incarcerati, esiliati o mandati al confino, rendendo ancor più drammatica la carenza di uomini da impiegare nel moto resistenziale.
Malgrado questi impedimenti, le Brigate Malatesta - Bruzzi si andarono costituendo fra la fine del '43 e l'inizio del '44, principalmente per l'iniziativa di tre anarchici:
Mario Orazio Perelli, milanese di posizioni individualiste, condannato a 18 anni di carcere e a tre di confino nella repressione seguita all'attentato al Teatro Diana del 1921, fu animatore del gruppo "storico" degli anarchici milanesi, che aveva il suo punto di forza a Porta Romana e che costituirà il nucleo della futura Iª Malatesta.
Antonio Pietropaolo (nome di battaglia "Luciano"), di origini calabresi ma trasferitosi nel 1899 a Milano, anch'egli venne condannato al carcere dopo i fatti del Diana, ma nel 1932 fu scarcerato in seguito a un'amnistia. Durante la guerra venne sfollato a Santa Cristina (Pavia) dove divenne direttore commerciale della ditta F.lli Guidetti, specializzata in costruzioni meccaniche. Proprio all'interno della fabbrica verrà formato, su iniziativa di Pietropaolo, un Comitato di agitazione antifascista che costituirà il nucleo iniziale della IIª Malatesta.
Germinal Concordia (nome di battaglia "Michele"), nato in provincia di Asti ma trasferitosi in Lomellina per sfuggire all'educazione autoritaria del padre. Trovò un impiego alla CASER di Pavia fino a che non entrò in clandestinità per lottare contro il regime. Formerà il primo gruppo di quelle che poi saranno le Brigate Malatesta, partecipando insieme ai fratelli Brioschi alla Battaglia del San Martino, vicino Varese (autunno 1943), una delle prime battaglie della Resistenza. Concordia sarà il promotore della Iª e IIª brigata Bruzzi, operanti rispettivamente a Milano e nella Alpi Venete.
Formazioni partigiane anarchiche tra Milano e Pavia
Reduce dalla Battaglia del San Martino, Concordia forma un gruppo di un centinaio di persone, di vario orientamento politico, che si concentra nel quartiere Taliedo di Milano e il cui compito non era l'azione armata immediata, ma quello di svolgere una serrata propaganda politica, oltre che un'azione di reclutamento e di supporto logistico alle future operazioni. Nell'estate del 1944 però il gruppo comincia ad assumere una struttura militare e si creano un distaccamento in Val Trompia, comandato da Armando Rossi Racagni, e un altro nella zona del lago d'Idro, sotto il comando del sergente maggiore carrista Nicola Pankov, ex prigioniero russo liberato dai partigiani socialisti. Infine, un terzo gruppo, comandato da Gino Berganzi, detto "Ginetto", comincia a operare sulle rive del Po, fra Pieve del Cairo e Casei Gerola. Queste formazioni si distinguono per numerose azioni contro fabbriche d'armi e caserme presidiate dalle Brigate Nere ma, dopo parecchi mesi di attività, la repressione fascista costringe i partigiani a spostarsi a Milano e sulle montagne bresciane e bergamasche, dove verrà costituito il nucleo di quella che poi diventerà la IIª Brigata Bruzzi. Si tratta di formazioni autonome dai partiti, che pur animate da anarchici, hanno una composizione politica mista.
Nel frattempo, fra Santa Cristina e Corteolona, nel gennaio 1944, Antonio Pietropaolo costituisce insieme agli operai della ditta F.lli Guidetti un Comitato di agitazione antifascista che è in collegamento sia con la brigata comandata da Berganzi sia con i gruppi che operano a Milano, in particolare quelli animati da Mario Perelli. Del gruppo di Pietropaolo fanno parte gli operai Sinogrante Castiglioni, Prospero Saracchi, Bruno Passoni e Luigi Discacciati. Collegato ad esso è anche quello che opera a Boscone Cusani (Piacenza), che svolge un'importante funzione di raccordo con le formazioni comandate nel piacentino da Emilio Canzi, che grazie ai compagni di Boscone verrà più volte informato in anticipo dei rastrellamenti organizzati dal nemici contro le sue divisioni.
Inizialmente, la formazione di Santa Cristina non svolge compiti militari, ma si impegna soprattutto ad aiutare i prigionieri inglesi, fornendo loro denaro e vestiti, e favorendone la fuga in Svizzera. Il gruppo deve moltissimo all'apporto economico e organizzativo di Pietropaolo, che mette a disposizione i suoi beni e la sua casa, ma dal punto di vista militare la costituenda brigata risente di una preoccupante assenza di armamenti.
Nell'autunno del 1944, il gruppo di Pietropaolo, che ormai conta fiancheggiatori a Miradolo, Inverno, Monteleone, Belgioioso, Bascapè, San Colombano al Lambro, Chignolo Po, Monticelli, allaccia anche rapporti con i militari slovacchi dislocati in provincia di Pavia dall'occupante nazifascista con funzioni di polizia e presidio. I soldati provengono dal sedicente Libero Stato Slovacco, retto dal governo fantoccio di monsignor Tiso, alla mercé dei tedeschi. Il resto della Cecoslovacchia, invasa nel 1939, era invece diventato il Protettorato di Boemia Moravia amministrato direttamente dalla Germania. Molti soldati slovacchi, costretti malvolentieri a partecipare a una guerra che non sentivano come propria, agli ordini per giunta di uno Stato invasore, finiscono per abbandonare il proprio posto e unirsi alla Resistenza. Nel caso specifico, in seguito di trattative con il gruppo di Pietropaolo, alcuni slovacchi di stanza a Corteolona e S. Cristina disertano e, in cambio di un posto dove nascondersi, consegnano al gruppo quattro mitragliere 22 che poi verranno avventurosamente trasferite a Milano e consegnate alla brigata Iª Malatesta, quella facente capo a Mario Perelli, costituendo il suo primo armamento pesante.
Il gruppo "storico" degli anarchici milanesi.
Mario Perelli era tornato a Milano nell'autunno del 1943, dopo che, in seguito alla caduta del fascismo, la maggior parte dei confinati a Ventotene erano stati liberati. Gli anarchici, però, non erano stati fra questi. All'interno dell'isola essi costituivano il gruppo più numeroso dopo i comunisti ma, a differenza di questi ultimi, non vennero scarcerati ma trasferiti, per ordine del direttore del carcere, Marcello Guida (futuro questore di Milano nell'Italia repubblicana), nel campo di concentramento di Renicci d'Anghiari (Arezzo). Qui, dopo montanti proteste e la progressiva occupazione nazifascista del Nord Italia, riuscirono a fuggire. Tra loro vi era anche Perelli che, appena tornato a Milano, prese subito contatto con i compagni, tra cui Antonio Pietropaolo.
Perelli sarà il principale animatore del gruppo "storico" degli anarchici milanesi e spingerà i suoi a cercare un coordinamento anche con la "Colonna mista" guidata da Germinal Concordia, una formazione che, come abbiamo visto, raggruppava antifascisti di vario orientamento politico, ma anche fascisti "pentiti", consapevoli del fatto che il regime era arrivato al capolinea. Ciò non deve stupire più di tanto, considerando che, per non pochi giovani e giovanissimi, l'adesione alla Resistenza avvenne in seguito al brusco risveglio dall'illusione fascista, illusione alla quale erano stati educati per tutta una vita. Ad ogni modo, le resistenze all'interno del gruppo di Perelli sono tante: ci si chiede se abbia senso e soprattutto se sia prudente cooperare con sconosciuti, gente che politicamente è ritenuta inaffidabile. Collaborare con un gruppo di ex fascisti, anche se di buone intenzioni avrebbe potuto compromettere il movimento. C'è poco da fidarsi, insomma, dicono i compagni. Ma Perelli e Pietropaolo sentono l'urgenza di mobilitarsi. E di rischiare. Il pericolo dell'isolamento e dunque dell'inefficacia dell'azione partigiana, li spingono a cercare un incontro con la Colonna Mista e a convincere i compagni della bontà di questa scelta. E alla fine, l'unione con la formazione di Concordia trova uno sbocco politico nella creazione della Lega dei Consigli, organismo di raccordo dei vari consigli clandestini nati nelle fabbriche e in strada ad opera dei socialisti più radicali e dei comunisti libertari, e che si pone in contrasto con il CLN e la sua posizione giudicata troppo compromissoria con la Monarchia. Alla Lega aderiscono nel gennaio del 1945 i libertari, il Movimento di Unità Proletaria, i repubblicani rivoluzionari e i comunisti dissidenti.
L'ingresso nel Corpo Volontari della Libertà e l'insurrezione generale
Tuttavia, nonostante questa posizione di forte critica al CLN, le nascenti Brigate Malatesta sentono il bisogno di entrare nel Corpo Volontari della Libertà. I motivi sono vari: da un lato, vi è la necessità di uscire dall'isolamento e dunque di accedere più facilmente a rifornimenti di armi e di viveri; dall'altro, vi è l'esigenza di evitare lo scontro con il PCI, il quale vede sempre più di mal occhio la creazione di una formazione partigiana anarchica.
Così, a più riprese, le varie brigate Malatesta entrano nel Corpo Volontari della Libertà: nell'estate del 1944 Germinal Concordia e i suoi aderiscono alle Matteotti; poi, nel febbraio del 1945, è il turno della IIª brigata Malatesta operante vicino Pavia, che viene inquadrata nella 1ª divisione Garibaldi Sap pavese; infine, nell'aprile del 1945, poco prima dell'insurrezione generale, il gruppo milanese coordinato da Perelli entra anch'esso nelle Matteotti. In questa stessa formazione viene inquadrata anche un'altra brigata autonoma, a forte componente anarchica e dunque in probabile collegamento con le brigate Malatesta: la brigata Franco, nelle cui fila opera una giovanissima staffetta partigiana di nome Giuseppe Pinelli. È qui che Pino incontra l'anarchismo, condividendo il suo impegno politico con Angelo Rossini, un giovane fruttivendolo che per primo gli parla di Malatesta, Armando Borghi, Pietro Gori, Bakunin e Kropotkin. È lo stesso Rossini che figura nell'elenco dei partigiani della Iª brigata Malatesta.
Nel frattempo, il movimento anarchico milanese subisce un colpo durissimo: nel febbraio del 1945 viene fucilato dai fascisti Pietro Bruzzi, redattore del periodico clandestino "L'adunata dei refrattari" nonché anarchico di lungo corso, che ha dovuto subire una lunga serie di persecuzioni, arresti e infine l'esilio. Qualche giorno prima, i compagni aveano preparato un piano per farlo evadere; erano anche riusciti a ottenere un colloquio in carcere e gli avevano esposto il piano. Ma Bruzzi aveva respinto con forza questa eventualità. Non vuole mettere a repentaglio la vita dei suoi compagni. Non si sente realmente in pericolo. Ma si sbaglia. Il 17 febbraio, un ufficiale tedesco è in sella alla sua bicicletta per le strade di San Vittore Olona, viene affiancato da altri due ciclisti e freddato a colpi di pistola.
Qualche giorno dopo, i nazifascisti si recano nel luogo dove è stato ammazzato il proprio camerata. Con loro hanno due prigionieri politici. Uno è Leopoldo Bozzi, un giovane antifascista. L'altro è Pietro Bruzzi. I militari scendono dalle camionette e formano un plotone d'esecuzione sotto gli occhi degli abitanti del paese. Un attimo dopo, i corpi dei due prigionieri giacciono sul terreno privi di vita e i nazisti pretendendo che le loro salme rimangano lì, sulla strada, per giorni, come avvertimento. Fino a che una mano clemente sfida l'ira dei carnefici e porta i due cadaveri al cimitero. Da quel momento le Brigate Malatesta vengono intitolate anche a Pietro Bruzzi. In particolare, prendono il nome dell'anarchico lodigiano una delle due brigate attive a Milano e quella operante sulle Alpi venete.
Neanche un mese dopo l'uccisione di Bruzzi, in marzo, vengono arrestati sia Germinal Concordia che Antonio Pietropaolo. Ma ormai manca poco all'insurrezione generale. Anche se private dei loro comandanti e fondatori, le Brigate Malatesta-Bruzzi non cessano di operare. Anche perché possono contare ormai su una struttura consolidata, che a Milano ha un suo punto di riferimento alla Carlo Erba, dove gli operai forniscono ai partigiani il materiale necessario per produrre esplosivi e gas asfissianti.
Quando comincia l'insurrezione generale, le brigate Malatesta operano in Zona Ticinese, a Porta Venezia e in Zona Affori (dove interviene anche parte della IIª Malatesta di stanza a S. Cristina): occupano caserme, stazioni radio, la famigerata Villa Trieste (vecchia sede della banda Koch) ed espugnano il carcere di San Vittore, dove sono tenuti prigionieri Concordia e Pietropaolo. La proprietà di alcune ditte appartenenti ai fascisti dichiaratamente responsabili viene trasferita agli operai e lo stesso avviene per la terra di agricoltori fascisti e collaborazionisti. I generi alimentari e il vestiario requisiti durante queste azioni sono consegnati ai bisognosi.
Nel frattempo anche nel pavese, i patrioti si danno da fare occupando la caserma e il comune di Mede e quello di S. Cristina, bloccando carrarmati tedeschi, disarmando il nemico e prendendo possesso del traghetto sul Po utilizzato dai tedeschi. L'apporto della Malatesta-Bruzzi è determinante. Qualche ora dopo l'Italia è finalmente libera dall'occupante nazifascista. Ma si tratta di una "liberazione" che rivelerà molto presto un sapore amaro. Soprattutto per gli anarchici. E per le loro speranze di cacciare dal Paese, insieme con al nazifascismo, anche l'ingiustizia, l'ineguaglianza e l'arroganza di un potere che, a distanza di neanche un trentennio, avrebbe rivelato il suo volto più truce con le bombe di piazza Fontana e la pretesa "morte accidentale" di un'ex staffetta partigiana.

martedì 4 aprile 2017

Il conte partigiano

Riceviamo e con immenso piacere pubblichiamo il ricordo della sezione ANPI di Casteggio del Comandante “Maino”, il conte fattosi partigiano. La scelta di Luchino Dal Verme va oltre il suo tempo mortale e vive in tutti gli antifascisti. Per questo, oggi più che mai, possiamo ancora dire: ora e sempre Resistenza!

L’ANPI, Sezione “Giuseppe Lodigiani” di Casteggio, è partecipe al dolore della famiglia, per la scomparsa del Comandante Partigiano Luchino dal Verme, “Maino”.
Ci sembra doveroso offrire una breve biografia, che testimonia la Sua personalità.
Fra i vari personaggi che hanno dato un contributo importante alla guerra di Liberazione in Italia, c’è il conte Luchino Dal Verme. Di tradizioni cattoliche e monarchiche, nella seconda guerra mondiale Luchino, si arruola in un battaglione di artiglieria a cavallo e fa la campagna di Russia. Tornato in Italia, viene spedito a Forlì per addestrare reclute al fine di ricostituire il suo battaglione, distrutto in Russia.