mercoledì 20 settembre 2017

Il caso Giuseppina Ghersi. Per avvicinarsi alla verità

A perfezionare il quadro sul caso Giuseppina Ghersi e sulle polemiche generate; sulla più vasta questione delle narrazioni tossiche, dei falsi storici, delle manipolazioni e degli inquinamenti, che stanno alla base della pericolosa operazione di revisionismo storiografico da più parti diffusa; giunge l'inchiesta del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki, che volentieri consegniamo ai nostri lettori.



"Savona, 2012. Uno dei manifesti affissi dal partito «La Destra» e dall’associazione «Ragazzi del Manfrei». L’uccisione di Giuseppina Ghersi vi appare arricchita di dettagli che non si trovano in alcun documento giudiziario conosciuto, né in alcuna testimonianza resa all’epoca dalla famiglia. A rendere pubblici alcuni di questi documenti sono stati proprio i neofascisti, che però non hanno scrupoli nel divulgare versioni alterate, più «cariche» e turpi, per suscitare emozioni facili. Giuseppina è vittima non solo dei suoi carnefici, ma anche dei suoi “beatificatori”. Fare inchiesta è una necessità, per restituire alle storie il loro senso. Una necessità vitale. Buona lettura."

di Nicoletta Bourbaki 

La grande maggioranza dei commentatori che negli ultimi giorni si sono precipitati a esprimere giudizi indignati ed emettere sentenze a dir poco tardive sul caso Giuseppina Ghersi, non ne aveva mai sentito parlare prima del 15 settembre scorso, quando ne ha scritto – e vedremo in che modo – il Corriere della Sera.
Altri ne avevano forse un vago ricordo, per aver letto Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa, che dedica alla storia mezza paginetta.
In realtà, nel Savonese le polemiche durano da oltre vent’anni. Il caso Ghersi è da tempo il cavallo di battaglia dell’estrema destra locale.

Anche stavolta, a rialzare il polverone sono stati i neofascisti. Le polemiche su un’annunciata targa in ricordo della tredicenne presuntamente uccisa «dai partigiani» hanno saturato i media locali, per poi travalicare i confini della Liguria. Quando lo “scandalo” è diventato nazionale, la narrazione tossica era già confezionata, pavloviana, perfetta, pronta per scatenare il linciaggio mediatico. «L’ANPI di Savona giustifica chi stuprò una bambina! Vergogna! «Chiudete l’ANPI di Savona!», ha intimato più di un pennivendolo, e gli attacchi velenosi all’ANPI nel suo complesso si sono sprecati, da parte non solo di fascisti ma anche di quelli che io-sono-antifascista-ma.

lunedì 18 settembre 2017

Appello per lo ius soli

L'Anpi provinciale si unisce alla mobilitazione di educatori e docenti a sostegno dello ius soli e dello ius culturae, e invita tutti a firmare affinché venga approvata la legge. In poche ore sono già state raccolte migliaia di firme a sostegno dell'appello lanciato dal maestro Franco Lorenzoni e dallo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, il cui testo qui di seguito.


Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.

Come si manipola la storia. Il caso Giuseppina Ghersi


Troppo spesso narrazioni sommarie, incongruenti, prive di riscontri, vengono riprese senza le minime verifiche a garanzia di una informazione conforme. È successo ancora. Da Noli, nel savonese, dove il comune decide di intitolare una targa a Giuseppina Ghersi, tredicenne uccisa nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, muove la polemica circa l'inopportunità di commemorare una ragazzina in camicia nera. Partono attacchi all'ANPI di Savona, accusato di “giustificare lo stupro di una bambina”, e le formazioni neofasciste strumentalizzano ad arte ricorrendo persino a falsi fotografici. È così che nascono e si diffondono pericolose bufale. Yàdad De Guerre ha condotto una analisi essenziale in cui linearmente viene smontato il caso e che pubblichiamo con piacere.


Il sangue dei vinti, le balle dei vivi e il fascismo dei fascisti
Passata la rabbia, in attesa che Nicoletta Bourbaki (il collettivo nato dai Wu Ming per combattere i falsi storici) finisca il suo lavoro intorno alla vicenda di Giuseppina Ghersi, voglio giusto mostrare quale sia lo stato di salute del giornalismo italiano e dell'antifascismo nell'era degli "alternative facts" e della retorica sulle "both sides". Prenderò in considerazioni le testate più importanti, tralasciando quelle locali (e i siti di informazione legati al territorio savonese come, a mo' di esempio, ivg.it e savonanews.it).

venerdì 15 settembre 2017

Per loro la guerra non era finita

In rete, la Volante Rossa viene ampiamente definita come“gruppo terroristico operante a Milano nel dopoguerra”. Questa denominazione parecchio approssimativa e di sapore revisionista, taglia via la storia autentica della Volante Rossa, nata nell’estate del 1945 come circolo ricreativo di via Conte Rosso presso la Casa del Popolo di Lambrate.
Forse, la Volante tale sarebbe rimasta, se la recrudescenza fascista dell’immediato dopoguerra e la pesantissima restaurazione antipopolare nelle fabbriche, non l’avesse progressivamente trasformata in un gruppo che si misura sul campo, al fianco degli operai di Milano, lungo il sottile confine tra legalità e illegalità.
A dar vita alla Volante Rossa, che prende nome dalla 85° Brigata partigiana della Valle d’Ossola, sono i figli di chi ha combattuto in montagna, sono i fratelli minori dei partigiani, sono talvolta ex partigiani (Angelo Maria Magni, Dante Vecchio, Otello Alterchi) delle Brigate Garibaldi o del III GAP di Milano, giovani uomini che faticosamente tentano di ritornare alla vita civile e che, ad ogni passo, si sentono traditi.

giovedì 7 settembre 2017

Spazi pubblici ai nazisti

Sempre più frequenti episodi, più o meno vistosi ma comunque carichi di densità simbolica, vedono l'assegnazione di sale pubbliche ad organizzazioni e associazioni di dichiarata ispirazione fascista e nazista. L'inchiesta del collettivo Nicoletta Bourbaki indaga tra gli orrori delle amministrazioni locali. Buona lettura.

No, nessun Comune è costretto a dare sale pubbliche ai nazi. Se lo fa è perché lo vuole.
Come è stato scritto su Giap alcuni giorni fa, l’inchiesta sui rapporti tra il PD e i neofascisti rovocato i primi scossoni. Il caso che ha smosso le acque è quello di Nereto – allargatosi velocemente al teramano, da Bellante alle esternazioni xenofobe su FB del segretario del PD di Alba Adriatica – dove si sono registrate diverse iniziative organizzate dall’associazione Nuove Sintesi (che fa parte del network di Lealtà e Azione) in comuni amministrati da sindaci del Partito democratico.

mercoledì 26 luglio 2017

Per i morti di Reggio Emilia

Il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, le forze dell'ordine uccidono cinque operai antifascisti durante una protesta contro il governo Tambroni. Per ricordare il sacrificio dei "morti di Reggio Emilia", invitiamo alla lettura dell'intervista che Silvano, fratello di Ovidio Franchi, ha rilasciato a Natalia Marino per Patria Indipendente. 


Il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione contro il governo Tambroni a Reggio Emilia cinque reggiani – Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli – furono uccisi dalle forze dell’ordine. Il sacrificio dei “morti di Reggio Emilia” diventa un simbolo della lotta per la democrazia e la loro memoria rimane impressa nelle generazioni successive. Abbiamo ripercorso i fatti di quella tragica giornata con Silvano Franchi, fratello di Ovidio.

lunedì 10 luglio 2017

Le donne del Reich

Dresda, 1945
La trasmissione di Paolo Mieli, passata in Rai qualche settimana addietro,  offre lo spunto per alcune considerazioni sulle donne del Reich e il silenzio assolutorio che le avvolse. Proponiamo la nostra riflessione, già in PatriaIndipendente.
Nella fame e nel lutto, nel dolore e nel pianto, ora, esse si asciugano gli occhi, si levano in piedi e prendono a spalare le macerie per ricostruire il focolare, la casa, la patria. Sono le donne del Reich. Anno “zero”, 1945.
Le immagini femminili scorrono sullo schermo, nella trasmissione di Paolo Mieli, proposta in Rai qualche settimana fa. Solo un cuore di ghiaccio potrebbe rimanere indifferente davanti alle facce smunte e ai fragili polsi di donna tremanti nella fatica. D’improvviso, mentre il servizio televisivo continua, noi ricordiamo quello che esso non mostra: dolci facce di donna osannanti tra le svastiche in immensa sfilata, nivei corpi armoniosi che orgogliosamente mostrano sé stessi quale paradigma di purezza ariana, tonde pance gravide amorosamente vegliate nelle cliniche del progetto Lebesborn, dita sottili e inanellate di donne e ragazze che, in volontaria ottemperanza alla Circolare “fidanzamento e matrimonio” di Himmler (31-12-1931), seguirono le estenuanti trafile della burocrazia razziale, per farsi fidanzate, spose, o compagne di letto in regime di legittimata bigamia, per uomini delle SS; consapevolmente costruttrici di una nuova comunità di stirpe, auto insignitasi come superiore, e perciò votata alla purificazione del mondo dagli scarafaggi di sangue debole e infetto.

domenica 2 luglio 2017

Volontari della liberta al Monte Penice

Di seguito l'intervento di Mario Albrigoni, nostro compagno di segreteria, alla manifestazione organizzata da F.I.V.L a Monte Penice.

Gent.mo Prof. Francesco Tessaroli 
Presidente Nazionale F.I.V.L. – Federazione Italiana Volontari della Libertà,
Care partigiane, cari partigiani, autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle Associazioni, antifasciste e antifascisti, ringrazio sentitamente a nome mio personale e dell’Anpi Provinciale di Pavia per l’invito a questa vostra Manifestazione e sono onorato di portare un breve cenno di saluto. 

La partecipazione democratica è stata alla base della rinascita morale del nostro Paese. Oggi, con l’allentarsi dei legami collettivi, questo tipo d’impegno, al di là del semplice diritto di voto, perde di attrattiva, e prevalgono la rassegnazione, il cinismo, il qualunquismo e l’apatia. L’alta percentuale dell’astensionismo fatta registrare nella recente tornata di elezioni amministrative dovrebbe far preoccupare le forze politiche ben più del numero di Amministrazioni locali passate da uno schieramento politico all’altro. La partecipazione, che è uno dei fondamenti della democrazia, non è casuale, nasce da motivazioni ben precise. La partecipazione ha bisogno di una politica seria, comprensibile, pulita, onesta. E questo, come sappiamo, in Italia non c’è. C’è, invece, molto bisogno di una rigenerazione della politica, proprio per riavvicinare i cittadini alle Istituzioni e alla politica stessa.

venerdì 30 giugno 2017

Per Teresio Olivelli

Con piacere, diamo spazio a un'altra risposta all'intervista a monsignor Paolo Rizzi, chiamato a rispondere in merito al processo di beatificazione che sta coinvolgendo il partigiano Teresio Olivelli.


L’intervista del giornalista De Agostino a monsignor Rizzi, postulatore nella causa di Beatificazione del Venerabile Teresio Olivelli, è stata molto interessante per una serie di motivi. Il principale, crediamo noi dell’ANPI di Vigevano, è la presa di posizione netta: Teresio Olivelli non potrà mai essere il santo simbolo anche della scelta resistenziale, portavoce dunque di quei valori non divisivi ma condivisi di libertà, giustizia e democrazia. Sarebbe una strumentalizzazione ideologica. Siamo a conoscenza della presa di posizione della curia di Vigevano, oltre che di monsignor Rizzi, su questo punto. Non potendo negare la scelta di Teresio dopo l’otto settembre del 1943, si teorizza che egli fu cristiano nella Resistenza, come era stato nel Fascismo, ma non fu uomo della Resistenza. 
L’amara impressione che ne ricaviamo è che il periodo partigiano sia il periodo scomodo, quasi fosse una macchia nella biografia di Teresio. Perché? Nei suoi scritti clandestini è chiaro il suo allontanamento dal fascismo anche dal punto di vista ideologico. Bellissime e toccanti sono le sue riflessioni sulla politica come mito e inganno. Il Regime ha ingannato i giovani e li ha trascinati nel baratro di un conflitto mondiale, li ha allontanati dai veri valori che, certo, per Teresio sono i valori cristiani. Il Regime ha reso i giovani servi e ha voluto forgiare un uomo senza la capacità di decidere in modo autonomo, chiamato a credere ma non a pensare.  E qual è la lezione di Teresio? Il monito e il suo grande lascito per i tempi futuri? Invece di proporre una interpretazione, ascoltiamo le sue parole dal giornale il Ribelle (n.2).

Teresio Olivelli, ribelle antifascista

In risposta alle parole di monsignor Paolo Rizzi, a proposito di Teresio Olivelli, ribelle antifascista, pubblichiamo le osservazioni elaborate da Mario Albrigoni, ANPI Provinciale Pavia, e Guido Magenes e Marco Savini, ANED Pavia.

Leggiamo con rincrescimento, e anche con una certa perplessità, le dichiarazioni di monsignor Rizzi che, secondo noi, non rendono merito, pienamente, allo spessore umano, oltreché cristiano, di Teresio Olivelli. Distinguere in Olivelli, in modo rigido, dove finisce il credente e dove comincia il ribelle antifascista è una operazione, questa sì “ideologica” che, ci scusi monsignor Rizzi, ne falsa la memoria.
Così come è “ideologico” affermare che la Chiesa non intende “dare giudizi su questi periodi storici [fascismo e resistenza] entrambi non privi di contraddizioni e di elementi discutibili dal punto di vista cristiano”. Questo cosa significa? Forse che “fascismo” e “resistenza” sono esperienze storiche che, in fondo, agli occhi del credente, rivolti verso l’eterno, finiscono con l’equivalersi? Possono, forse, essere equivalenti l’affermazione del valore assoluto della dignità umana, e la sua negazione violenta, nel nome di una “razza” superiore? Il credente non vive la propria fede fuori, o al di sopra, della Storia. E’ nella Storia che la sua fede si incarna. E’ nella concretezza dell’agire storico che la sue fede si fa scelta morale, culturale e, anche, politica. 

giovedì 29 giugno 2017

Buon compleanno, partigiano Pallini!

Pubblichiamo con immenso piacere il messaggio di Patrizia Palavezzati, presidente, e della sezione ANPI di Zavattarello, al partigiano Alfredo Pallini, nel giorno del suo compleanno. Un augurio da tutti gli antifascisti!

Ciao Alfredo, un grande abbraccio da tutti noi per il tuo compleanno. Gli anni sono tanti, è vero, i tuoi e i nostri, ma per noi tu sei sempre il ragazzo che, con l’infallibile istinto delle persone libere e giuste, ha scelto subito da che parte stare, e ti sei fatto partigiano.
Perché da una parte stava la barbarie dall’altra parte il riscatto dell’umanità dalla oppressione.

Caro Alfredo, da te abbiamo capito che la lotta, nella quale ogni giorno la morte nazifascista stava in agguato, ogni giorno portandosi via, in ogni parte d’Italia e d’Europa, un fratello e un compagno, non aveva soltanto un obiettivo militare – liberare il Paese – ma un obiettivo umano e sociale ben più alto: la liberazione dell’umanità dalla sottomissione e dal bisogno.

Caro Alfredo, ti stringiamo forte; e ti chiediamo anche scusa.
Perché il nostro Paese non è quello che sognavi, mentre stringevi i denti sotto le botte dei fascisti.
Sulla schiena quelle botte ti hanno lasciato, come dici tu, “un nero che non va mai via”.

venerdì 23 giugno 2017

Oltre il muro

Può essere una qualunque città, in qualsiasi posto, nell'universalità del dove, il luogo in cui la complessità e il caos della realtà si fanno barbarie. Spesso la si accetta, la barbarie, e se ne diventa parte fino a non riconoscerla più.

Nella città dove siamo arrivati, nel punto in cui rotatorie, semafori e condomini, cedono il passo alla sopravvissuta campagna, ci siamo imbattuti in un possente muro di cinta ad una villa che immaginiamo essere signorile.
Avvicinandoci con qualche curiosità alla potente altezza del muro abbiamo visto, su di esso affissa, macilenta, una lapide recante un nome e la scritta “caduto per la libertà, estate 1944”.
Non conoscendo la città né le abitudini dei suoi abitanti, ci siamo stupiti che nemmeno un fiore fosse posto in memoria dell’ucciso, così che almeno un colore spezzasse la fissità glaciale del muro, ricordando il sacrificio di una vita per un bene che, venendo noi da altrove, crediamo essere collettivo: la libertà.

mercoledì 21 giugno 2017

La Resistenza nel museo di Carpasio

Pubblichiamo con piacere il resoconto del viaggio a Carpasio organizzato dalla sezione ANPI di Voghera, e della serata che la sezione iriense ha dedicato alla proiezione del documentario sulla vita di Anton Ukmar "Miro". Ringraziando i compagni vogheresi per la condivisione, auguriamo una piacevole lettura.

Sabato 10 giugno, una delegazione della sezione Anpi di Voghera, ha visitato il Museo della Resistenza di Carpasio, provincia di Imperia, un luogo carico di testimonianze e suggestioni, con una sosta presso la sede dell’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea.
Il viaggio ha consentito di riannodare il filo della memoria sul nostro concittadino Carlo Montagna “Milan”, sepolto nel Sacrario partigiano del cimitero di Voghera, prestigioso comandante della IV brigata “Elsio Guarrini”, nella II Divisone garibaldina “Felice Cascione”, protagonista di numerose azioni, fra tutte l’assalto al carcere di Oneglia, caduto il 17 gennaio 1945 nei pressi di Villatalla nel Comune di Prelà.
La lotta partigiana della I Zona ligure ha visto il riconoscimento della Medaglia d’Oro al VM alla provincia di Imperia, ed è conosciuta anche per la figura leggendaria di Felice Cascione (l’autore della famosa “Fischia il vento”, M.O. al Valor Militare) e per altri protagonisti come Ivar Oddone “Kimi” – che fu Commissario prima della IV Brigata “Elsio Guarrini” di “Milan” e poi della II Divis. Garibaldi “Felice Cascione” - il comandante Giuseppe Vittorio Guglielmo “Vittò” e Sergio Grignolio. Tutti tratteggiati - Kim, Ferriera e Lupo Rosso - dal partigiano Italo Calvino in quello che resta uno dei racconti più belli e intensi sulla Resistenza, “Il sentiero dei nidi di ragno”.

Il conte partigiano

Luchino Da Verme, l'aristocratico che si fece partigiano. Comandante della divisione garibaldina “Gramsci”, guidò con successo la Resistenza nell'Oltrepò Pavese col nome “Maino”. Ivano Tajetti, dell'ANPI Barona, ne traccia un emozionante ricordo su patriaindipendente.it. Buona lettura.

Maino se n’andato a fine marzo, alla veneranda età di 103 anni. Classe 1913, di famiglia aristocratica lombarda (il casato, d’origine veronese, nasce nel 1320 con l’omonimo Luchino Dal Verme, capitano di ventura, poi infeudato ai Visconti), Maino, questo il nome di battaglia di Dal Verme durante la Resistenza, ha preso parte alla guerra di Liberazione, contribuendo dopo l’8 settembre 1943 all’organizzazione delle prime formazioni partigiane operanti in provincia di Pavia. Maino, prima come comandante dell’88ª Brigata Casotti e poi, come comandante della Divisione Garibaldina Antonio Gramsci, ha dato un contributo fondamentale alla Resistenza armata nell’Oltrepò Pavese. Lo ricordiamo con affetto e orgoglio, attraverso l’emozionante testimonianza di Ivano Tajetti.

domenica 18 giugno 2017

Sguardi obliqui, antieroi e storie meticce

Vi invitiamo alla lettura di una interessante analisi sulla narrativa resistente italiana, tratta da patriandipendente.it.


Una copertina insolita e accattivante con in primo piano una sagoma femminile che impugna una pistola, dietro le spalle due figure maschili di cui una imbraccia un mitra, sullo sfondo in alto un aereo…
Con l’uscita di In territorio nemico (Minimum fax, 2014) progetto di “scrittura industriale collettiva” coordinato dai fiorentini Vanni Santoni e Gregorio Magini, che raggiunge rapidamente le tre edizioni in pochi mesi e si è imposto all’attenzione della critica con recensioni nei principali quotidiani, partecipate trasmissioni radiofoniche, interviste e ovviamente un ampio risalto sul web, ho avuto la sensazione, confermata successivamente, che la narrativa contemporanea avesse qualcosa da dire su Resistenza e dintorni.
Queste note intendono proprio dare conto, attraverso una scelta parziale e del tutto soggettiva di alcuni romanzi e racconti di narrativa italiana, tra loro anche molto diversi, del modo e delle motivazioni con cui una nuova generazione di scrittori e scrittrici si è avvicinata e ha rielaborato il tema della Resistenza. In questo senso e con questo fine ho cercato di considerare uno spettro abbastanza ampio di testi senza ovviamente alcuna pretesa di esaustività ma individuando quelli che in modo più originale, se non a volte anche provocatorio, ne tentavano una rilettura più vicina alla sensibilità contemporanea. A questa più generale intenzione si è affiancata una duplice esigenza: verificare se e in che misura e modalità il tema della Resistenza (inteso in senso largo) continua ad ispirare narratori e scrittori contemporanei e quale eventuale uso didattico e divulgativo se ne può ricavare. Su quest’ultimo aspetto legato al lavoro che come docente formatore svolgo presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’età contemporanea rimando ad un mio articolo apparso sulla rivista on line Novecento.org (http://www.novecento.org/didattica-in-classe/narrativa-e-resistenza-due-esperienze-didattiche-1694).

giovedì 8 giugno 2017

Concorso "Alla scoperta della resistenza" - seconda parte

Prosegue la pubblicazione degli elaborati premiati al concorso varzese. Oggi presentiamo i lavori degli studenti delle suole medie e degli adulti

Sezione A - Alunni scuole medie


1° classificato il saggio "Abbiamo forse dimenticato?", di Camilla Zanforlin, 3°A Istituto comprensivo "P. Ferrari" di Varzi, leggibile qui;
2° classificato il racconto "Un racconto di guerra e Resistenza, nel Canavese", di Chiara Caglianone, Marta Costantino, Flavio Di Lisio - 3°D Istituto comprensivo "Guido Gozzano" di Rivarolo Canavese (TO), lo leggete qui;
3° classificato il saggio "I miei ricordi dell'ultima guerra", di Jacopo Mancinelli, 3°A Istituto comprensivo "P. Ferrari" di Varzi, qui.


La sezione C - Adulti, ha visto premiati


1° classificato "Il diario di Livia", di Anna Dragone, lo trovate qui
2° classificato "Il gigante", di Stefano Gallareto, potete leggerlo qui
3° classificato parimerito "Mio padre, uomo taciturno e introverso", di Sergio Melchiorre, qui, e "La guerra è cosa da femmina", di Sara Galeotti qui.
Segnalazione di merito al documentario realizzato da Ciro Raia sulla vita del partigiano, storico e politico Gaetano Arfè.

martedì 6 giugno 2017

Concorso "Alla scoperta della Resistenza"

Pubblichiamo una prima selezione degli elaborati premiati nell'ambito del concorso “Alla scoperta della Resistenza”, promosso dalla sezione ANPI di Varzi. Le poesie e i racconti più brevi vengono raccolti direttamente in questo post, per gli altri si rimanda al link evidenziato. I testi mancanti verranno resi pubblici appena disponibili per la messa in rete. Grazie e buona lettura.


Nella sezione B - Scuole superiori, sono stati premiati

1^ classificato "Pelle", di Gaia Panziroli, 4°A ITIS Galileo Galilei di San Secondo , Parma;
2^ classificato "29 gennaio 1944", di Francesca Lombardia 5°B Liceo Ginnasio Statale Dante Alighieri, Roma;
3^ classificato "La Resistenza italiana", saggio della 5°A IPSIA "Calvi" di Varzi, il cui testo è consultabile qui.

mercoledì 31 maggio 2017

Pavia bandisce i neofascismi

Dal 16 maggio a Pavia sono in vigore le modifiche ai regolamenti comunali volte a ostacolare le presenze neofasciste in città. Grazie a tali disposizioni, Pavia diventa il primo capoluogo italiano ad adottare misure simili. Il risultato costituisce una netta vittoria dell'antifascismo e di tutti gli antifascisti. Al riguardo proponiamo il redazionale di Patria Indipendente.

È il primo capoluogo di provincia a introdurre sanzioni amministrative vincolanti per il contrasto al neofascismo, al neonazismo, al razzismo e a qualsiasi discriminazione. Un risultato ottenuto anche grazie all’impegno dell’ANPI. La vergogna della manifestazione nera del 5 novembre 2016
Vietato il suolo pubblico di Pavia a chi si ispira a movimenti fascisti e nazisti. E durante le manifestazioni niente saluti romani, bandiere con simboli di ideologie nostalgiche, immagini di stampo razzista e omofobo. D’ora in poi nella città lombarda banchetti, sit-in, presidi e cortei saranno autorizzati dal Comune solo se i promotori sottoscriveranno una dichiarazione d’impegno a non esprimere contenuti contrari alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, alla Costituzione, alle leggi Scelba e Mancino e a qualsiasi discriminazione. Chi infrangerà le norme sarà passibile di una multa fino a 500 euro.

mercoledì 24 maggio 2017

Non siamo tutti morti!

Mamma Togni è un monologo di Franca Rame, poco conosciuto ma molto bello, realizzato elaborando la registrazione su nastro di una dichiarazione fatta da una donna, che poi è la protagonista del brano: Mamma Togni.
Mamma Togni (Giuseppina Modena) fu la madre di Lorenzo Togni, detto Enzo, partigiano comandante di distaccamento, colpito da una scheggia di mortaio che lo uccise durante la battaglia di Varzi, il 18 settembre 1944. La donna, fin dall'inizio collaborativa nell'attività partigiana del figlio, proteggendo e incoraggiando i giovani con cui entrava in contatto, si trasferì a Zavattarello dove si impegnò nelle cure infermieristiche di feriti e ammalati, continuando nella sua prodigalità anche dopo che Carlo Barbieri “Ciro” le portò la notizia della morte del suo unico figlio. Fu da quel momento che divenne la mamma di tutti i partigiani garibaldini, e in una sua lettera a Il garibaldino, organo di stampa delle formazioni Garibaldi, scrisse “se il mio cuore di madre piange, il mio orgoglio per l'ideale di libertà e di giustizia per il quale il mio unico adorato figlio ha offerto i suoi ventidue anni, mi fa ripetere a voi, miei figli di adozione, quello che un anno fa risposi quando Enzo mi disse «Mamma da troppo tempo viviamo nella menzogna. Ora basta, voglio combattere per un ideale, che forse può costarmi la vita, ma che è libertà e verità»: figli miei, un ideale vale più di una vita!” (Demuru C., La libertà non è un dono, Varzi, Edizioni Guardamagna, 2012).
Nel 1972, Mamma Togni, allora settantenne, fu interprete di una vigorosa contestazione al comizio del senatore missino Franco Maria Servello tenutosi a Montù Beccaria. Fermata dagli agenti di protezione, venne processata e assolta quattro anni dopo.
Il monologo fu rappresentato per la prima volta a Casteggio, sotto gli sguardi plaudenti dei vecchi protagonisti della Resistenza seduti in platea; oggi lo riproponiamo sul nostro blog, per rinnovare come non tutti siano morti.

venerdì 19 maggio 2017

Fenoglio paga sabato

Il vento resistenziale del nord è già sotto attacco e il governo partigiano di Ferruccio Parri è già oggetto del tiro incrociato della democrazia cristiana e del partito liberale che ne decreteranno la fine nel dicembre 1945, quando Beppe Fenoglio scrive “La paga del sabato”. Il libro verrà pubblicato anni dopo.
La morte, pur incidentale, del protagonista del romanzo, Ettore – che testualmente così rappresenta sé stesso “ io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra, e la guerra mi ha cambiato… da partigiano comandavo venti uomini…” – pone una lastra di piombo sui giorni del coraggio e di quella felicità civile che, pur tra spari e lutti, aveva accompagnato la lotta di liberazione, come testimonia Teresa Cirio, partigiana: “si rischiava la morte però talmente c’era gioia di vivere; anzi eravamo proprio felici perché sapevamo che facevamo una cosa importante”.
Emblematica narrazione della frustrazione di alcuni partigiani che, consegnate le armi, non trovano radice nella vita civile, in parecchi casi emarginati e disoccupati, quando non addirittura rinchiusi in manicomio (cit. Franzinelli, Una odissea partigiana) o mandati a processo - l’Italia fu l’unico Paese, in tutta l’Europa libera, a perseguire i propri partigiani, non spregiando l’utilizzo dei verbali della GNR-, la storia di Ettore riverbera sulle testimonianze di tanti ex combattenti.

mercoledì 10 maggio 2017

La voce dell'indescrivibile

La memoria come strumento di scelta. A trent'anni dalla scomparsa, la prosa di Primo Levi nell'ambito del progetto ANPI Provinciale "Diamo memoria al futuro - Alle radici della nostra Repubblica". Gli alunni della classe 5° GL dell'Istituto "Adelaide Cairoli" di Pavia hanno presentato una lettura scenica di alcuni brani "Se questo è un uomo" alternata a canti ebraici del Coro Alicanto, diretto da Antonella Gianese.
Regia di Letizia Bolzani.
Pubblichiamo il video dello spettacolo tenutosi giovedì 4 maggio, presso l'Auditorium della sede di Corso Garibaldi, a Pavia.






lunedì 8 maggio 2017

Una vita senza tregua

A dieci anni dalla scomparsa del leggendario comandante Giovanni Pesce, il suo nome entra nella toponomastica milanese. Il ricordo del 20 aprile scorso al Piccolo Teatro.




A dieci anni dalla scomparsa, il leggendario comandante partigiano Giovanni Pesce, Medaglia d’Oro al Valor Militare, avrà dedicata una strada a Milano, sua città d’adozione e in cui fu per un decennio eletto consigliere comunale. La giunta di Palazzo Marino deve ancora discutere e approvare la delibera, ma è già stata decisa la data dell’intitolazione: 27 luglio, giorno in cui “Visone”, nome di battaglia scelto in omaggio al paese natio, venne a mancare. Ancora da definire, inoltre, è la via da riportare nella toponomastica meneghina. Al momento le ipotesi sono due: una strada nei pressi di piazza Bonomelli, dove Pesce abitava con la moglie e staffetta partigiana Onorina Brambilla, oppure come proposto dall’Anpi provinciale, uno slargo vicino al giardinetto 15 Martiri di Piazzale Loreto.

sabato 6 maggio 2017

Una battaglia partigiana


Pubblichiamo l'intervento di Mauro Sonzini, responsabile ricerca Centro Documentazione Resistenza, in occasione della commemorazione della battaglia di Costa Pelata, il 23 aprile 2017.

L’articolo 5 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo, adegua principi e metodi della sua legislazione alle esigenze della autonomia e del decentramento”. E l’articolo 10: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.
Vorrei cominciare da un elemento personale che forse vi aiuterà ad inquadrare il mio singolare punto di vista. Nel corso della mia vita ho a lungo provato prima a pensare e poi a dire ciò che ritenevo giusto fare. Ho però sempre cercato le opinioni contrarie, soprattutto quando non le ho condivise, non per lealtà ma perché l’incontro e il confronto m’arricchiscono, mi forniscono ulteriori strumenti di comprensione e d’azione. Fra pochi giorni tuttavia inizierò il mio cinquantottesimo anno di vita, età che nella frenesia di far in fretta la cosa giusta molti di coloro che celebriamo, neppur consideravano: mi trovo dunque in un’età in cui forze e obiettivi vanno accuratamente commisurati pena lo spreco e il fallimento. Di fronte allo spreco delle forze e al fallimento degli obiettivi, ho provato ancora prima a pensare e poi a dire cosa ritenevo giusto fare. Se nei consessi collettivi di cui ho fatto parte e di cui son stato dirigente, l’avessimo ritenuto giusto, se avessimo tutti deciso d’impegnarci per tali obiettivi, non avrei avuto ragione di lasciare. Ma per vari motivi non lo si è ritenuto. Son anzi stato tacciato di voler fare il mio partito, il mio movimento, la mia associazione, e ad accusarmi son stati coloro che il loro partito, il loro movimento, la loro associazione, poi se li son davvero fatti. Comunque non essendo divenuto il mio proposito proposito di tutti ho ritenuto giusto farmi da parte. Non che non m’interessi, solo per evitar spreco delle forze e fallimento degli obiettivi ho ritenuto giusto occuparmi d’altro. Tale scelta mi porta a starmene appartato, al limite dell’asocialità e della misantropia. Mi tengo solo lo studio: lo studio non conosce spreco né fallimento. Qualcuno comunque lo considera egoismo.

lunedì 1 maggio 2017

La memoria consegnata 3

Montebello - Stefano Quaquarini
Aldo dice 26x1” con queste parole il Comitato di Liberazione Nazionale si rivolge a tutti i comandi partigiani di zona…è l’inizio della insurrezione, che, culminando nel giorno del 25 aprile, dopo venti mesi di lotta, vede la liberazione da parte dei partigiani dei paesi e delle città del nord Italia.
Nel nostro Oltrepò i reparti partigiani sotto la guida di Maino, dell’Americano, di Fusco e del nostro Ciro, liberavano Casteggio, Voghera, Stradella e poi Pavia.
Nessuno di noi può dimenticare lo scatto fotografico che consegna alla nostra memoria l’immagine di Ciro Barbieri che entra in Pavia alla guida della Divisione Crespi.
Sarà ancora Ciro con alcuni reparti di partigiani dell’Oltrepò ad entrare tra i primi a Milano e sarà Ciro, all’indomani della Liberazione di Milano, ad essere chiamato ad assolvere un altro compito, assai delicato.
Nell’immaginario collettivo la Resistenza è rappresentata dai partigiani vittoriosi che sfilano tra ali di folla.
Ma questa immagine felice è il frutto di una lotta durissima e sanguinosa, che ha visto il sacrificio di mille antifascisti, partigiani e civili, donne, bambini e anziani rastrellati e massacrati nel corso di tante stragi perpetrate nel nostro Paese, che all’otto settembre comincia il cammino per la riconquista della libertà e della dignità, contro la vergogna e l’orrore di un ventennio di dittatura che aveva portato l’Italia in guerra, quale alleato subalterno alla potenza del grande Reich di Hitler.

giovedì 27 aprile 2017

La memoria consegnata 2

Proseguiamo la pubblicazione degli interventi tenuti dagli oratori ANPI in occasione della Festa della Liberazione.

Garlasco - Santino Marchiselli


Signor Sindaco della Città di Garlasco, autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle Associazioni, studenti e insegnanti, cittadine e cittadini, sono onorato di tenere l’Orazione ufficiale in occasione del 72° Anniversario della Festa di Liberazione, in nome dell’ANPI Provinciale di Pavia.
Il 25 aprile è ricordo, è memoria, ma è anche festa. E’ sempre bello ritrovarsi tra noi, cittadine e cittadini, con la gioia e il piacere dell’incontro e di un rinnovato impegno antifascista.
Come sostiene il nostro Presidente dell’ANPI nazionale, il Partigiano Carlo Smuraglia: “Non dobbiamo perdere mai il concetto di festa, perché la Liberazione fu un grande giorno di gioia per esserci liberati dai tedeschi e dalla dittatura fascista e perché si trattava di cominciare una nuova vita, sotto il profilo sociale, politico, economico, etico. La felicità e la gioia sono sentimenti che non contrastano con i ricordi anche i più dolorosi, perché dobbiamo saper vivere nel presente con la consapevolezza di sempre, ma anche con quella capacità di sorriderci e abbracciarci che è il simbolo della fratellanza, della solidarietà, dell’eguaglianza nella libertà”.

mercoledì 26 aprile 2017

La memoria consegnata

Pubblichiamo il testo degli interventi dei nostri oratori in occasione del 25 aprile nelle piazze della provincia.

Casteggio - Annalisa Alessio

Grazie al Sindaco. Grazie ad Anpi Casteggio. Vi porto il saluto e l’abbraccio di Anpi Provinciale.
Le poche parole davvero degne, all’altezza del giorno della Liberazione, non possono che essere le parole di chi, nella lotta partigiana, c’è morto.
Sono parole consegnate al nostro tempo sbandato come un mandato non assolto e un messaggio ancora non pacificato.
Le tengo nel cuore, quelle che più ho amato, anche se ho posato gli occhi su di esse molti anni fa. Inverno 1969. Anno della strage fascista di piazza Fontana. La mia generazione usciva dalla infanzia e scopriva che il fascismo non era finito, che ancora uccideva e che da vicino minacciava la democrazia, con la copertura di interi pezzi deviati annidiati nello “stato profondo”.

sabato 22 aprile 2017

La destra nera stringe l’Europa, in Italia c’è un rischio autoritario

Pubblichiamo l'intervista di Andrea Fabozzi al nostro presidente nazionale Carlo Smuraglia, pubblicata da "il manifesto" il 6 aprile scorso.



Tra le ragioni per le quali l’Associazione nazionale partigiani ha organizzato un incontro pubblico oggi a Roma (in Campidoglio, dalle 15) c’è quella di «farci conoscere meglio». Il che per un’associazione che da oltre settant’anni «incarna la storia e la tradizione dei gruppi partigiani» (citiamo una sentenza della Cassazione) può apparire superfluo. E invece, spiega il presidente Carlo Smuraglia, «sentiamo di frequente dire che l’Anpi, adesso che stanno venendo meno i partigiani, ha esaurito la sua funzione».
Lo ha detto di recente anche un sindaco del Pd, sindaco non di un comune qualsiasi: Predappio.
Polemizzava con me perché mi ero espresso contro il progetto di riaccendere quel faro che, negli anni del fascismo, segnalava la presenza di Mussolini in Romagna. Ma, diavolo, pensano che sia questo il modo di attirare i turisti? Non dovrebbero aspirare a processioni di nostalgici, pensino invece a valorizzare le bellezze del posto.

domenica 16 aprile 2017

"Basta con questo gioco alla guerra"

Appello congiunto ANPI, ARCI, CGIL, CISL, UIL, ACLI nazionali. Aderisce Don Luigi Ciotti.

Il testo dell'appello firmato da Smuraglia, Chiavacci, Camusso, Furlan, Barbagallo, Rossini

Questo è un appello urgente per la pace. Un appello alla civiltà suprema del dialogo, della sua umanità, della sua intelligenza. Leggiamo e apprendiamo di bombe, di grandi eventi nucleari, di raid preventivi. Un irresponsabile e impressionante gioco alla guerra che deve essere subito fermato. Chiediamo con forza alle Istituzioni internazionali, ai Governi del mondo che si metta a tacere l'assurdo di queste intenzioni che porterebbero a effetti disastrosi e di morte già tragicamente vissuti. Facciamo appello alle cittadine e ai cittadini affinché si mobilitino per diffondere il piu' possibile voci e iniziative di pace, anche in nome della nostra Costituzione che sempre ci ricorda che "l'Italia ripudia la guerra".

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

Francesca Chiavacci – Presidente Nazionale ARCI

Susanna Camusso – Segretario generale CGIL

Annamaria Furlan – Segretario generale CISL

Carmelo Barbagallo – Segretario generale UIL

Roberto Rossini – Presidente Nazionale ACLI

Roma, 15 aprile 2017


domenica 9 aprile 2017

Anarchia e Resistenza: le brigate Bruzzi - Malatesta

Eugenio Leucci, ricercatore e scrittore, ha svolto un interessante lavoro di ricerca sull'attività delle brigate libertarie Bruzzi - Malatesta nella Resistenza, operanti nella zona del pavese, e nelle quali fu attivo un giovane Giuseppe Pinelli. Pubblichiamo qui il recente studio di Leucci e vi invitiamo alla lettura.

La vicenda delle Brigate Malatesta-Bruzzi costituisce un caso esemplare nella storia del movimento anarchico italiano e del contributo apportato dai libertari alla lotta partigiana. La presenza degli anarchici all'interno della Resistenza è stata quanto mai rilevante, benché soltanto in pochi casi abbia assunto la forma di un'organizzazione autonoma dai partiti. Se si eccettuano i casi di Carrara, Genova, Pistoia e Milano, gli anarchici raramente costituirono delle brigate dichiaratamente libertarie, inserendosi invece in formazioni di diverso colore politico, soprattutto socialiste (Brigate Matteotti), azioniste (Giustizia e Libertà) e comuniste (Brigate Garibaldi), talvolta ricoprendo anche incarichi di grande rilievo, come ci ricorda il caso di Emilio Canzi, comandante delle brigate Garibaldi nella zona di Piacenza. Questa scelta era dovuta a vari fattori: innanzitutto, alla carenza di mezzi e risorse: non bisogna infatti dimenticare che, a differenza dei partigiani inquadrati nelle formazioni partitiche o delle brigate autonome di stampo monarchico, quelle anarchiche non ricevevano rifornimenti militari da parte degli Alleati, ma dovevano contare soltanto sulle armi e i mezzi sottratti al nemico con rischiosissime operazioni militari e gappiste. Inoltre, la repressione fascista del dissenso aveva disintegrato il pur numeroso fronte anarchico, cosicché molti dei suoi esponenti erano stati incarcerati, esiliati o mandati al confino, rendendo ancor più drammatica la carenza di uomini da impiegare nel moto resistenziale.
Malgrado questi impedimenti, le Brigate Malatesta - Bruzzi si andarono costituendo fra la fine del '43 e l'inizio del '44, principalmente per l'iniziativa di tre anarchici:
Mario Orazio Perelli, milanese di posizioni individualiste, condannato a 18 anni di carcere e a tre di confino nella repressione seguita all'attentato al Teatro Diana del 1921, fu animatore del gruppo "storico" degli anarchici milanesi, che aveva il suo punto di forza a Porta Romana e che costituirà il nucleo della futura Iª Malatesta.
Antonio Pietropaolo (nome di battaglia "Luciano"), di origini calabresi ma trasferitosi nel 1899 a Milano, anch'egli venne condannato al carcere dopo i fatti del Diana, ma nel 1932 fu scarcerato in seguito a un'amnistia. Durante la guerra venne sfollato a Santa Cristina (Pavia) dove divenne direttore commerciale della ditta F.lli Guidetti, specializzata in costruzioni meccaniche. Proprio all'interno della fabbrica verrà formato, su iniziativa di Pietropaolo, un Comitato di agitazione antifascista che costituirà il nucleo iniziale della IIª Malatesta.
Germinal Concordia (nome di battaglia "Michele"), nato in provincia di Asti ma trasferitosi in Lomellina per sfuggire all'educazione autoritaria del padre. Trovò un impiego alla CASER di Pavia fino a che non entrò in clandestinità per lottare contro il regime. Formerà il primo gruppo di quelle che poi saranno le Brigate Malatesta, partecipando insieme ai fratelli Brioschi alla Battaglia del San Martino, vicino Varese (autunno 1943), una delle prime battaglie della Resistenza. Concordia sarà il promotore della Iª e IIª brigata Bruzzi, operanti rispettivamente a Milano e nella Alpi Venete.
Formazioni partigiane anarchiche tra Milano e Pavia
Reduce dalla Battaglia del San Martino, Concordia forma un gruppo di un centinaio di persone, di vario orientamento politico, che si concentra nel quartiere Taliedo di Milano e il cui compito non era l'azione armata immediata, ma quello di svolgere una serrata propaganda politica, oltre che un'azione di reclutamento e di supporto logistico alle future operazioni. Nell'estate del 1944 però il gruppo comincia ad assumere una struttura militare e si creano un distaccamento in Val Trompia, comandato da Armando Rossi Racagni, e un altro nella zona del lago d'Idro, sotto il comando del sergente maggiore carrista Nicola Pankov, ex prigioniero russo liberato dai partigiani socialisti. Infine, un terzo gruppo, comandato da Gino Berganzi, detto "Ginetto", comincia a operare sulle rive del Po, fra Pieve del Cairo e Casei Gerola. Queste formazioni si distinguono per numerose azioni contro fabbriche d'armi e caserme presidiate dalle Brigate Nere ma, dopo parecchi mesi di attività, la repressione fascista costringe i partigiani a spostarsi a Milano e sulle montagne bresciane e bergamasche, dove verrà costituito il nucleo di quella che poi diventerà la IIª Brigata Bruzzi. Si tratta di formazioni autonome dai partiti, che pur animate da anarchici, hanno una composizione politica mista.
Nel frattempo, fra Santa Cristina e Corteolona, nel gennaio 1944, Antonio Pietropaolo costituisce insieme agli operai della ditta F.lli Guidetti un Comitato di agitazione antifascista che è in collegamento sia con la brigata comandata da Berganzi sia con i gruppi che operano a Milano, in particolare quelli animati da Mario Perelli. Del gruppo di Pietropaolo fanno parte gli operai Sinogrante Castiglioni, Prospero Saracchi, Bruno Passoni e Luigi Discacciati. Collegato ad esso è anche quello che opera a Boscone Cusani (Piacenza), che svolge un'importante funzione di raccordo con le formazioni comandate nel piacentino da Emilio Canzi, che grazie ai compagni di Boscone verrà più volte informato in anticipo dei rastrellamenti organizzati dal nemici contro le sue divisioni.
Inizialmente, la formazione di Santa Cristina non svolge compiti militari, ma si impegna soprattutto ad aiutare i prigionieri inglesi, fornendo loro denaro e vestiti, e favorendone la fuga in Svizzera. Il gruppo deve moltissimo all'apporto economico e organizzativo di Pietropaolo, che mette a disposizione i suoi beni e la sua casa, ma dal punto di vista militare la costituenda brigata risente di una preoccupante assenza di armamenti.
Nell'autunno del 1944, il gruppo di Pietropaolo, che ormai conta fiancheggiatori a Miradolo, Inverno, Monteleone, Belgioioso, Bascapè, San Colombano al Lambro, Chignolo Po, Monticelli, allaccia anche rapporti con i militari slovacchi dislocati in provincia di Pavia dall'occupante nazifascista con funzioni di polizia e presidio. I soldati provengono dal sedicente Libero Stato Slovacco, retto dal governo fantoccio di monsignor Tiso, alla mercé dei tedeschi. Il resto della Cecoslovacchia, invasa nel 1939, era invece diventato il Protettorato di Boemia Moravia amministrato direttamente dalla Germania. Molti soldati slovacchi, costretti malvolentieri a partecipare a una guerra che non sentivano come propria, agli ordini per giunta di uno Stato invasore, finiscono per abbandonare il proprio posto e unirsi alla Resistenza. Nel caso specifico, in seguito di trattative con il gruppo di Pietropaolo, alcuni slovacchi di stanza a Corteolona e S. Cristina disertano e, in cambio di un posto dove nascondersi, consegnano al gruppo quattro mitragliere 22 che poi verranno avventurosamente trasferite a Milano e consegnate alla brigata Iª Malatesta, quella facente capo a Mario Perelli, costituendo il suo primo armamento pesante.
Il gruppo "storico" degli anarchici milanesi.
Mario Perelli era tornato a Milano nell'autunno del 1943, dopo che, in seguito alla caduta del fascismo, la maggior parte dei confinati a Ventotene erano stati liberati. Gli anarchici, però, non erano stati fra questi. All'interno dell'isola essi costituivano il gruppo più numeroso dopo i comunisti ma, a differenza di questi ultimi, non vennero scarcerati ma trasferiti, per ordine del direttore del carcere, Marcello Guida (futuro questore di Milano nell'Italia repubblicana), nel campo di concentramento di Renicci d'Anghiari (Arezzo). Qui, dopo montanti proteste e la progressiva occupazione nazifascista del Nord Italia, riuscirono a fuggire. Tra loro vi era anche Perelli che, appena tornato a Milano, prese subito contatto con i compagni, tra cui Antonio Pietropaolo.
Perelli sarà il principale animatore del gruppo "storico" degli anarchici milanesi e spingerà i suoi a cercare un coordinamento anche con la "Colonna mista" guidata da Germinal Concordia, una formazione che, come abbiamo visto, raggruppava antifascisti di vario orientamento politico, ma anche fascisti "pentiti", consapevoli del fatto che il regime era arrivato al capolinea. Ciò non deve stupire più di tanto, considerando che, per non pochi giovani e giovanissimi, l'adesione alla Resistenza avvenne in seguito al brusco risveglio dall'illusione fascista, illusione alla quale erano stati educati per tutta una vita. Ad ogni modo, le resistenze all'interno del gruppo di Perelli sono tante: ci si chiede se abbia senso e soprattutto se sia prudente cooperare con sconosciuti, gente che politicamente è ritenuta inaffidabile. Collaborare con un gruppo di ex fascisti, anche se di buone intenzioni avrebbe potuto compromettere il movimento. C'è poco da fidarsi, insomma, dicono i compagni. Ma Perelli e Pietropaolo sentono l'urgenza di mobilitarsi. E di rischiare. Il pericolo dell'isolamento e dunque dell'inefficacia dell'azione partigiana, li spingono a cercare un incontro con la Colonna Mista e a convincere i compagni della bontà di questa scelta. E alla fine, l'unione con la formazione di Concordia trova uno sbocco politico nella creazione della Lega dei Consigli, organismo di raccordo dei vari consigli clandestini nati nelle fabbriche e in strada ad opera dei socialisti più radicali e dei comunisti libertari, e che si pone in contrasto con il CLN e la sua posizione giudicata troppo compromissoria con la Monarchia. Alla Lega aderiscono nel gennaio del 1945 i libertari, il Movimento di Unità Proletaria, i repubblicani rivoluzionari e i comunisti dissidenti.
L'ingresso nel Corpo Volontari della Libertà e l'insurrezione generale
Tuttavia, nonostante questa posizione di forte critica al CLN, le nascenti Brigate Malatesta sentono il bisogno di entrare nel Corpo Volontari della Libertà. I motivi sono vari: da un lato, vi è la necessità di uscire dall'isolamento e dunque di accedere più facilmente a rifornimenti di armi e di viveri; dall'altro, vi è l'esigenza di evitare lo scontro con il PCI, il quale vede sempre più di mal occhio la creazione di una formazione partigiana anarchica.
Così, a più riprese, le varie brigate Malatesta entrano nel Corpo Volontari della Libertà: nell'estate del 1944 Germinal Concordia e i suoi aderiscono alle Matteotti; poi, nel febbraio del 1945, è il turno della IIª brigata Malatesta operante vicino Pavia, che viene inquadrata nella 1ª divisione Garibaldi Sap pavese; infine, nell'aprile del 1945, poco prima dell'insurrezione generale, il gruppo milanese coordinato da Perelli entra anch'esso nelle Matteotti. In questa stessa formazione viene inquadrata anche un'altra brigata autonoma, a forte componente anarchica e dunque in probabile collegamento con le brigate Malatesta: la brigata Franco, nelle cui fila opera una giovanissima staffetta partigiana di nome Giuseppe Pinelli. È qui che Pino incontra l'anarchismo, condividendo il suo impegno politico con Angelo Rossini, un giovane fruttivendolo che per primo gli parla di Malatesta, Armando Borghi, Pietro Gori, Bakunin e Kropotkin. È lo stesso Rossini che figura nell'elenco dei partigiani della Iª brigata Malatesta.
Nel frattempo, il movimento anarchico milanese subisce un colpo durissimo: nel febbraio del 1945 viene fucilato dai fascisti Pietro Bruzzi, redattore del periodico clandestino "L'adunata dei refrattari" nonché anarchico di lungo corso, che ha dovuto subire una lunga serie di persecuzioni, arresti e infine l'esilio. Qualche giorno prima, i compagni aveano preparato un piano per farlo evadere; erano anche riusciti a ottenere un colloquio in carcere e gli avevano esposto il piano. Ma Bruzzi aveva respinto con forza questa eventualità. Non vuole mettere a repentaglio la vita dei suoi compagni. Non si sente realmente in pericolo. Ma si sbaglia. Il 17 febbraio, un ufficiale tedesco è in sella alla sua bicicletta per le strade di San Vittore Olona, viene affiancato da altri due ciclisti e freddato a colpi di pistola.
Qualche giorno dopo, i nazifascisti si recano nel luogo dove è stato ammazzato il proprio camerata. Con loro hanno due prigionieri politici. Uno è Leopoldo Bozzi, un giovane antifascista. L'altro è Pietro Bruzzi. I militari scendono dalle camionette e formano un plotone d'esecuzione sotto gli occhi degli abitanti del paese. Un attimo dopo, i corpi dei due prigionieri giacciono sul terreno privi di vita e i nazisti pretendendo che le loro salme rimangano lì, sulla strada, per giorni, come avvertimento. Fino a che una mano clemente sfida l'ira dei carnefici e porta i due cadaveri al cimitero. Da quel momento le Brigate Malatesta vengono intitolate anche a Pietro Bruzzi. In particolare, prendono il nome dell'anarchico lodigiano una delle due brigate attive a Milano e quella operante sulle Alpi venete.
Neanche un mese dopo l'uccisione di Bruzzi, in marzo, vengono arrestati sia Germinal Concordia che Antonio Pietropaolo. Ma ormai manca poco all'insurrezione generale. Anche se private dei loro comandanti e fondatori, le Brigate Malatesta-Bruzzi non cessano di operare. Anche perché possono contare ormai su una struttura consolidata, che a Milano ha un suo punto di riferimento alla Carlo Erba, dove gli operai forniscono ai partigiani il materiale necessario per produrre esplosivi e gas asfissianti.
Quando comincia l'insurrezione generale, le brigate Malatesta operano in Zona Ticinese, a Porta Venezia e in Zona Affori (dove interviene anche parte della IIª Malatesta di stanza a S. Cristina): occupano caserme, stazioni radio, la famigerata Villa Trieste (vecchia sede della banda Koch) ed espugnano il carcere di San Vittore, dove sono tenuti prigionieri Concordia e Pietropaolo. La proprietà di alcune ditte appartenenti ai fascisti dichiaratamente responsabili viene trasferita agli operai e lo stesso avviene per la terra di agricoltori fascisti e collaborazionisti. I generi alimentari e il vestiario requisiti durante queste azioni sono consegnati ai bisognosi.
Nel frattempo anche nel pavese, i patrioti si danno da fare occupando la caserma e il comune di Mede e quello di S. Cristina, bloccando carrarmati tedeschi, disarmando il nemico e prendendo possesso del traghetto sul Po utilizzato dai tedeschi. L'apporto della Malatesta-Bruzzi è determinante. Qualche ora dopo l'Italia è finalmente libera dall'occupante nazifascista. Ma si tratta di una "liberazione" che rivelerà molto presto un sapore amaro. Soprattutto per gli anarchici. E per le loro speranze di cacciare dal Paese, insieme con al nazifascismo, anche l'ingiustizia, l'ineguaglianza e l'arroganza di un potere che, a distanza di neanche un trentennio, avrebbe rivelato il suo volto più truce con le bombe di piazza Fontana e la pretesa "morte accidentale" di un'ex staffetta partigiana.