mercoledì 20 settembre 2017

Il caso Giuseppina Ghersi. Per avvicinarsi alla verità

A perfezionare il quadro sul caso Giuseppina Ghersi e sulle polemiche generate; sulla più vasta questione delle narrazioni tossiche, dei falsi storici, delle manipolazioni e degli inquinamenti, che stanno alla base della pericolosa operazione di revisionismo storiografico da più parti diffusa; giunge l'inchiesta del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki, che volentieri consegniamo ai nostri lettori.



"Savona, 2012. Uno dei manifesti affissi dal partito «La Destra» e dall’associazione «Ragazzi del Manfrei». L’uccisione di Giuseppina Ghersi vi appare arricchita di dettagli che non si trovano in alcun documento giudiziario conosciuto, né in alcuna testimonianza resa all’epoca dalla famiglia. A rendere pubblici alcuni di questi documenti sono stati proprio i neofascisti, che però non hanno scrupoli nel divulgare versioni alterate, più «cariche» e turpi, per suscitare emozioni facili. Giuseppina è vittima non solo dei suoi carnefici, ma anche dei suoi “beatificatori”. Fare inchiesta è una necessità, per restituire alle storie il loro senso. Una necessità vitale. Buona lettura."

di Nicoletta Bourbaki 

La grande maggioranza dei commentatori che negli ultimi giorni si sono precipitati a esprimere giudizi indignati ed emettere sentenze a dir poco tardive sul caso Giuseppina Ghersi, non ne aveva mai sentito parlare prima del 15 settembre scorso, quando ne ha scritto – e vedremo in che modo – il Corriere della Sera.
Altri ne avevano forse un vago ricordo, per aver letto Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa, che dedica alla storia mezza paginetta.
In realtà, nel Savonese le polemiche durano da oltre vent’anni. Il caso Ghersi è da tempo il cavallo di battaglia dell’estrema destra locale.

Anche stavolta, a rialzare il polverone sono stati i neofascisti. Le polemiche su un’annunciata targa in ricordo della tredicenne presuntamente uccisa «dai partigiani» hanno saturato i media locali, per poi travalicare i confini della Liguria. Quando lo “scandalo” è diventato nazionale, la narrazione tossica era già confezionata, pavloviana, perfetta, pronta per scatenare il linciaggio mediatico. «L’ANPI di Savona giustifica chi stuprò una bambina! Vergogna! «Chiudete l’ANPI di Savona!», ha intimato più di un pennivendolo, e gli attacchi velenosi all’ANPI nel suo complesso si sono sprecati, da parte non solo di fascisti ma anche di quelli che io-sono-antifascista-ma.

lunedì 18 settembre 2017

Appello per lo ius soli

L'Anpi provinciale si unisce alla mobilitazione di educatori e docenti a sostegno dello ius soli e dello ius culturae, e invita tutti a firmare affinché venga approvata la legge. In poche ore sono già state raccolte migliaia di firme a sostegno dell'appello lanciato dal maestro Franco Lorenzoni e dallo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, il cui testo qui di seguito.


Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.

Come si manipola la storia. Il caso Giuseppina Ghersi


Troppo spesso narrazioni sommarie, incongruenti, prive di riscontri, vengono riprese senza le minime verifiche a garanzia di una informazione conforme. È successo ancora. Da Noli, nel savonese, dove il comune decide di intitolare una targa a Giuseppina Ghersi, tredicenne uccisa nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, muove la polemica circa l'inopportunità di commemorare una ragazzina in camicia nera. Partono attacchi all'ANPI di Savona, accusato di “giustificare lo stupro di una bambina”, e le formazioni neofasciste strumentalizzano ad arte ricorrendo persino a falsi fotografici. È così che nascono e si diffondono pericolose bufale. Yàdad De Guerre ha condotto una analisi essenziale in cui linearmente viene smontato il caso e che pubblichiamo con piacere.


Il sangue dei vinti, le balle dei vivi e il fascismo dei fascisti
Passata la rabbia, in attesa che Nicoletta Bourbaki (il collettivo nato dai Wu Ming per combattere i falsi storici) finisca il suo lavoro intorno alla vicenda di Giuseppina Ghersi, voglio giusto mostrare quale sia lo stato di salute del giornalismo italiano e dell'antifascismo nell'era degli "alternative facts" e della retorica sulle "both sides". Prenderò in considerazioni le testate più importanti, tralasciando quelle locali (e i siti di informazione legati al territorio savonese come, a mo' di esempio, ivg.it e savonanews.it).

venerdì 15 settembre 2017

Per loro la guerra non era finita

In rete, la Volante Rossa viene ampiamente definita come“gruppo terroristico operante a Milano nel dopoguerra”. Questa denominazione parecchio approssimativa e di sapore revisionista, taglia via la storia autentica della Volante Rossa, nata nell’estate del 1945 come circolo ricreativo di via Conte Rosso presso la Casa del Popolo di Lambrate.
Forse, la Volante tale sarebbe rimasta, se la recrudescenza fascista dell’immediato dopoguerra e la pesantissima restaurazione antipopolare nelle fabbriche, non l’avesse progressivamente trasformata in un gruppo che si misura sul campo, al fianco degli operai di Milano, lungo il sottile confine tra legalità e illegalità.
A dar vita alla Volante Rossa, che prende nome dalla 85° Brigata partigiana della Valle d’Ossola, sono i figli di chi ha combattuto in montagna, sono i fratelli minori dei partigiani, sono talvolta ex partigiani (Angelo Maria Magni, Dante Vecchio, Otello Alterchi) delle Brigate Garibaldi o del III GAP di Milano, giovani uomini che faticosamente tentano di ritornare alla vita civile e che, ad ogni passo, si sentono traditi.

giovedì 7 settembre 2017

Spazi pubblici ai nazisti

Sempre più frequenti episodi, più o meno vistosi ma comunque carichi di densità simbolica, vedono l'assegnazione di sale pubbliche ad organizzazioni e associazioni di dichiarata ispirazione fascista e nazista. L'inchiesta del collettivo Nicoletta Bourbaki indaga tra gli orrori delle amministrazioni locali. Buona lettura.

No, nessun Comune è costretto a dare sale pubbliche ai nazi. Se lo fa è perché lo vuole.
Come è stato scritto su Giap alcuni giorni fa, l’inchiesta sui rapporti tra il PD e i neofascisti rovocato i primi scossoni. Il caso che ha smosso le acque è quello di Nereto – allargatosi velocemente al teramano, da Bellante alle esternazioni xenofobe su FB del segretario del PD di Alba Adriatica – dove si sono registrate diverse iniziative organizzate dall’associazione Nuove Sintesi (che fa parte del network di Lealtà e Azione) in comuni amministrati da sindaci del Partito democratico.

mercoledì 26 luglio 2017

Per i morti di Reggio Emilia

Il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, le forze dell'ordine uccidono cinque operai antifascisti durante una protesta contro il governo Tambroni. Per ricordare il sacrificio dei "morti di Reggio Emilia", invitiamo alla lettura dell'intervista che Silvano, fratello di Ovidio Franchi, ha rilasciato a Natalia Marino per Patria Indipendente. 


Il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione contro il governo Tambroni a Reggio Emilia cinque reggiani – Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli – furono uccisi dalle forze dell’ordine. Il sacrificio dei “morti di Reggio Emilia” diventa un simbolo della lotta per la democrazia e la loro memoria rimane impressa nelle generazioni successive. Abbiamo ripercorso i fatti di quella tragica giornata con Silvano Franchi, fratello di Ovidio.

lunedì 10 luglio 2017

Le donne del Reich

Dresda, 1945
La trasmissione di Paolo Mieli, passata in Rai qualche settimana addietro,  offre lo spunto per alcune considerazioni sulle donne del Reich e il silenzio assolutorio che le avvolse. Proponiamo la nostra riflessione, già in PatriaIndipendente.
Nella fame e nel lutto, nel dolore e nel pianto, ora, esse si asciugano gli occhi, si levano in piedi e prendono a spalare le macerie per ricostruire il focolare, la casa, la patria. Sono le donne del Reich. Anno “zero”, 1945.
Le immagini femminili scorrono sullo schermo, nella trasmissione di Paolo Mieli, proposta in Rai qualche settimana fa. Solo un cuore di ghiaccio potrebbe rimanere indifferente davanti alle facce smunte e ai fragili polsi di donna tremanti nella fatica. D’improvviso, mentre il servizio televisivo continua, noi ricordiamo quello che esso non mostra: dolci facce di donna osannanti tra le svastiche in immensa sfilata, nivei corpi armoniosi che orgogliosamente mostrano sé stessi quale paradigma di purezza ariana, tonde pance gravide amorosamente vegliate nelle cliniche del progetto Lebesborn, dita sottili e inanellate di donne e ragazze che, in volontaria ottemperanza alla Circolare “fidanzamento e matrimonio” di Himmler (31-12-1931), seguirono le estenuanti trafile della burocrazia razziale, per farsi fidanzate, spose, o compagne di letto in regime di legittimata bigamia, per uomini delle SS; consapevolmente costruttrici di una nuova comunità di stirpe, auto insignitasi come superiore, e perciò votata alla purificazione del mondo dagli scarafaggi di sangue debole e infetto.